02/04/15

L'esperimento carcerario di Stanford: le ragioni del male.

Durante una serie di lezioni del corso psicologia sociale mi sono imbattuto nell'esperimento carcerario di Stanford. Ne avete mai sentito parlare? Beh, nel caso ve ne parlo un po' io, perché è qualcosa di tanto affascinante quanto agghiacciante, e volevo suggerirvi, proprio agganciandomi a questo studio, la visione del film The Experiment, che richiama tale situazione, e magari anche la lettura del saggio La psicologia del male, che tra le sue pagine lo prende in esame, motivo per cui ne citerò alcune parti. 
Ma partiamo dall'inizio, o meglio, dalla fine... 

Nel 2003 scoppia lo scandalo della prigione di Abu Ghraib, situata a una trentina di chilometri da Baghdad. I media ci bombardano di immagini che ritraggono militari statunitensi intenti a torturare e seviziare prigionieri iracheni, ridendo e godendosela di brutto. E' uno scandalo perché quelle immagini, e vi basterà fare una ricerca rapida rapida su google, fanno davvero schifo.
Le accuse più pesanti gravano sul sergente Ivan Frederick, il più alto in grado tra i militari imputati, e l'opinione pubblica non è nemmeno pienamente felice nel saperlo condannato a soli otto anni per quelle azioni riprovevoli, perché le mele marce del sistema vanno gettate, il male c'è e va punito.

Il male.
Ad esaminare la vicenda di Abu Ghraib è chiamato anche il famoso psicologico sociale Phil Zimbardo, che ben conscio del fatto che il male, in sé, non esista affatto, riporta alla memoria un suo vecchio esperimento: quello del carcere di Stanford.
Era il 1971, e su sessantacinque studenti che avevano risposto a un annuncio che cercava volontari per uno studio sulla vita in prigione, Zimbardo ne scelse 18, cioè quelli privi di precedenti penali e col migliore stato psicofisico, assicurandosi che nessuno tra i partecipanti si conoscesse. Questi vennero divisi per sorteggio in due gruppi da 9 (si fece però attenzione che fossero psicologicamente simili), a cui furono assegnati altrettanti ruoli: quello delle guardie e quello dei prigionieri.
Lo studio prevedeva un isolamento totale in carcere simulato della durata complessiva di undici giorni. Le guardie, a gruppi di tre, avrebbero sostenuto turni di 8 ore, dopo le quali sarebbero tornate a vivere la loro giornata, proprio come in un vero lavoro. I detenuti invece dovevano rimanere imprigionati per tutta la durata dell'esperimento.

L'esperimento
Domenica, il primo giorno, trascorre senza alcun problema, ma già dal secondo i detenuti si barricano nelle proprie celle protestando per il comportamento delle guardie, che la notte precedente li avevano svegliati per la conta e costretti a fare flessioni. Dal canto loro queste si trovano sorprese del gesto dei detenuti, in quanto le flessioni come punizione sono previste dal ''gioco'', specie se i prigionieri non hanno ancora imparato il regolamento. Sedano la protesta solo col turno successivo di guardie.
Scaramucce, ma che col passare del tempo prendono una piega inaspettata. I detenuti nelle conte seguenti non danno segno di voler imparare il regolamento e alcuni si rifiutano di eseguire le flessioni. Un detenuto, Doug, mostra segni di aggressività alternati a crisi di pianto incontrollato. Vuole uscire dall'esperimento ma i ricercatori glielo impediscono. Ogni detenuto ora ha come la sensazione di essere in un vero carcere. 
''Mi sentivo completamente impotente. Più impotente di quanto mi fossi mai sentito prima.'' dirà una volta fuori uno di loro. E un altro ''Ha detto che non potevamo uscire. Ti senti come se fossi un vero detenuto. Magari eri un detenuto dell'esperimento di Zimbardo e magari eri pagato per questo; ma, porca miseria, eri un detenuto. Eri un vero detenuto.''
A seguito delle continue crisi di Doug i ricercatori decidono infine di lasciarlo libero di andarsene.
Martedì le guardie hanno l'idea di vietare l'utilizzo dei servizi igienici e costringono i prigionieri a fare i propri bisogni in un secchio nella loro cella. Chi si rifiuta viene spogliato, isolato e costretto a fare flessioni. Più passa il tempo più ci si sbizzarrisce con gli ordini e c'è chi deve insultarsi, ridere a comando, imitare Frankenstein, spostare scatoloni, fare e disfare i letti, pulire i bordi del water a mani nude, fare flessioni con un piede della guardia che spinge in giù.
I giorni passano, le reazioni dei detenuti si fanno più schive, gli abusi delle guardie più pressanti.
''Vedete quel buco nel pavimento? Adesso fate venticinque flessioni, scopandovi quel buco! Mi avete sentito!'' ordina Hellmann, mentre l'altra guardia, Burdan, le spinge giù col piede. ''Ok, ora state attenti. Voi tre sarete delle cammelle. Venite qui e chinatevi toccando il pavimento con le mani. Adesso voi due, voi siete dei cammelli. State in piedi dietro alle femmine e scopatele.'' Burdan ride, i detenuti, praticamente nudi, eseguono. 
Il venerdì mattina Zimbardo è costretto a terminare l'esperimento.

Su diciotto ragazzi normali, sani, e con un'istruzione definibile sopra la media, si è assistito ad una trasformazione rapidissima in primis da parte delle guardie, che hanno assunto comportamenti tali da mutarli in persecutori ed oppressori, e poi i prigionieri, divenuti depressi e rassegnati. Questo il commento di Zimbardo:
''[...] i ragazzi non hanno portato con sé nel nostro carcere nessuna delle patologie che hanno manifestato in seguito, mentre recitavano il ruolo di detenuto o di guardia. All'inizio dell'esperimento non vi erano differenze tra i due gruppi; meno di una settimana dopo non vi erano più somiglianze. E' quindi ragionevole concludere che le patologie sono state provocate dal complesso di forze situazionali con cui si sono costantemente scontrati in quel contesto simile a un carcere.''

Un potere quindi, quello delle forze situazionali, che è stato in grado, anche in un semplice esperimento, di far emergere lati delle persone che le stesse nemmeno credevano possibili. Difficile quindi non capire ed avvicinarsi, il che non significa certo giustificare, a ciò che accadde ad Abu Ghraim, in cui processi quali deindividualizzazione, deumanizzazione e conformismo furono portati alla loro massima espressione. Niente male in sé, o malvagità, ma atteggiamenti scaturiti da inevitabili processi psicosociali, almeno per quel dato contesto, ai quali chiunque cederebbe, anche la più sana delle persone.

Concludo con The Experiment come vi dicevo. Film del 2010, diretto da Paul Scheuring, riprende proprio le vicende dell'esperimento di Zimbardo, ovviamente variando il contesto e romanzando il tutto. Ciò che vuole però mostrare è in definitiva è l'illusione che ognuno di noi ha circa la propria capacità di giudizio e di autocontrollo, evidenziando come in una determinata situazione, in questo caso quello della prigione coi ruoli di guardia e detenuto, entrino in gioco processi capaci di trasformarci in vere e proprie bestie, in barba a qualsiasi moralità, credenza religiosa o inclinazione al bene. Un film che certo non è un capolavoro ma che visto il tema trattato, e viste le reali implicazioni sul piano pratico, risulta davvero interessante e coinvolgente. 

Certo è questa veste
che mi fa mutar indole. 
William Shakespeare