18/09/17

I Social Media incitano all'odio?

Sarahah è un "nuovo social" che permette di lasciare commenti a qualcuno in modo totalmente anonimo. Ricorda un po' Ask.fm nel funzionamento e con lui condivide la spiacevole comparsa di episodi legati al cyberbullismo. 
Qualche settimana fa, in merito a questa tematica, mi sono imbattuto nello status del blogger Simone Bennati lasciato sul suo profilo LinkedIn. Ve ne incollo un pezzo:

Ogni volta che sento dire che la causa di fenomeni come il cyberbullismo e l'incitamento all'odio sono i Social Media, cerco sempre di riportare il discorso ad una dimensione più "essenziale".

I Social Media, così come le automobili, i tagliaerba o i coltelli da cucina sono solo degli sturmenti, i quali non hanno alcun potere decisionale, né un proprio spirito di iniziativa.

Se quindi, qualcuno utilizza uno di questi "aggeggi" con l'obiettivo di ledere il prossimo, la responsabilità è soltanto sua, non certo dello strumento che ha scelto. [...]

Un punto di vista sicuramente condivisibile ma che, anche già a primo impatto, mi ha lasciato una strana sensazione rispetto all'esperienza diretta che ho (e abbiamo) dei social, soprattutto perché...

i Social Media non sono solo strumenti.

Come afferma Simone non hanno potere decisionale, né uno spirito di iniziativa. Però un'influenza su di noi ce l'hanno, al pari di ogni altro oggetto. 
Il coltello è solo uno strumento per tagliare, l'automobile un mezzo di trasporto e il tagliaerba un... va bene, ci siamo capiti. Eppure in sé racchiudono una marea di suggestioni, neutre, positive e negative, che suscitano in noi emozioni e quindi comportamenti.

Il discorso ovviamente vale anche per i social. Ancor prima di utilizzarlo sappiamo che Sarahah funziona come Ask.fm, conosciamo le vicende di violenza legate a quest'ultimo e quindi immediatamente ne associamo una visione negativa. Solo uno strumento, ma ricco di significati. Solo uno strumento, ma in grado di "comunicare".
Il concetto di strumento espresso lì sopra viene perciò subito meno, ma non dovremmo troppo stupirci, dato che la comunicazione non avviene soltanto tra esseri senzienti o viventi. I simboli sono oggetti inanimati, eppure ci parlano, persino con differenti intenzionalità, e ogni oggetto, in sé, è un mittente che trasmette un'informazione, elaborata differentemente anche a seconda di chi la sta ricevendo.

Parlando di Social Media però c'è dell'altro che non mi trova d'accordo con l'idea di "strumento passivo", ed è il fatto che questi mezzi, oltre che contenitori di simbologie, analogie e messaggi, sono anche dei luoghi. Veri e propri spazi virtuali, comunità di persone con determinate dinamiche, stabilite da regole precise o da modelli di comportamento "spontanei".
Come dimostrato anche in diversi studi psicologici, ogni luogo porta con sé anche delle forze situazionali, letteralmente in grado di farci agire anche molto diversamente da quanto ci si possa aspettare. Pensate ai fenomeni di violenza negli stadi, o all'inazione di fronte a una richiesta d'aiuto. Non sono dati da criminali o codardi, ma da persone normali in contesti particolari.

Ecco allora che un luogo in cui è permesso esprimersi schermando l'interazione fisica ci fa sentire più sicuri e più aperti al prossimo. E un posto in cui ognuno può dire la sua, anche alzando i toni, adeguandosi all'ambiente ci fa sentire deresponsabilizzati. Parlo di Facebook e Twitter e Instagram. Spazi con persone vere. Le stesse che incontriamo uscendo di casa e ora inserite in contesti in cui le regole comunicative sono totalmente stravolte.
Vogliamo quindi davvero parlare di nascondigli come Sarahah e Ask.fm, vere e proprie macchine in grado di innescare anche il più mansueto degli individui? 

La domanda comunque sorge spontanea...
La responsabilità delle azioni compiute sono perciò in qualche modo da attribuire anche ai Social?
Certamente no, perché la loro influenza, per quanto forte, non può sostituirsi alla forza della ragione e ai principi che scegliamo di seguire. Al di là di questo però uno strumento, così come un luogo, è in grado di condizionarci "ispirando" certe azioni, e saperlo non significa trovare una giustificazione, ma a capire meglio molti perché.