11/05/17

L'immaginazione serve a fuggire dalla realtà?

Oppure è vero il contrario?
Molto spesso ci viene detto di utilizzare l'immaginazione per staccare dalla routine. Fantasticare e sognare sarebbero cioè attività da svolgere per evadere. Da che cosa, poi, sta a noi sceglierlo in base ai nostri tevvibili tormenti interiori.

In questo contesto perciò pare quasi che la nostra vita sia divisa in due piani nettamente distinti: il mondo vero, fisico e tangibile, in cui ci svegliamo la mattina, andiamo a faticare, mangiamo, parliamo e facciamo tutto quel che s'ha da fare; e quello mentale, popolato da desideri, sogni, paure, turbe, emozioni e via discorrendo. 

Già presentandolo così qualcosa ci suona stonato. La sentite la nota svizzera*

Sappiamo bene che le due divisioni sono una sciocchezza, e ce ne accorgiamo non grazie a saggi di psicologia o contributi di chissà quale ricerca avanguardista, ma semplicemente perché lo sentiamo sulla nostra pelle. Il mondo interiore, ci piaccia o meno, condiziona ed è condizionato continuamente da quello esteriore, in un costante scambio che della divisione lì proposta se ne inpippa alla grande. E' il segreto di Pulcinella, lo so, lo so!
Ma allora perché riteniamo che l'immaginazione serva ad evadere? Perché diamo per vero e scontato questo modo dire, remando contro al nostro intuito?

Lo spunto per questa riflessione nasce dopo aver visto un film intitolato A Monster Calls, tratto dal romanzo di Patrick Ness (lo trovate Qui), che dovrebbe uscire tra non molto anche nei nostri cinemi col titolo Sette Minuti dopo la Mezzanotte.
Una delle tematiche centrali è infatti proprio il rapporto tra realtà e immaginazione, da considerare non come via preferenziale per pensare a tutt'altro e quindi evadere, ma al contrario come porta d'accesso per capire meglio noi, gli altri e ciò che viviamo. Ce ne accorgiamo con la storia di Conor, un ragazzino a cui sta morendo la madre e che trova riparo nella compagnia di un mostro. L'entità, frutto della sua immaginazione, comparirà sempre a sette minuti dopo la mezzanotte, e dopo aver raccontato le sue tre storie ne pretenderà un'ultima proprio dal ragazzo, una storia che dovrà parlare di verità.

Quello dell'amico immaginario è un espediente già visto e sentito parecchie volte. In questo caso però, in maniera secondo me efficace, non viene mostrato soltanto sul piano interiore, ma agisce assieme a Conor nella realtà vera e propria, fisica, proprio perché l'immaginazione non è vista come via di fuga, ma come occasione per entrare più a fondo nelle questioni, magari trovando soluzioni altrimenti precluse.

E quindi... quando andate al cinema a guardare un film, o quando leggete un libro, o ascoltate musica, o state guidando e pensate a tutto fuorché a guidare, state davvero staccando la spina, o magari state cambiando qualcosa dentro di voi? Vi trovate tali e quali a prima, con gli stessi motivi che vi hanno fatto scappare, oppure c'è qualcosa di nuovo?
La domanda chiaramente ve la lascio aperta, che in tasca di soldi e verità non ne ho mai avute. Però se vi va, fatemi sapere che ne pensate. 
E per il film un consiglio: non lasciatevelo scappare! 


*svizzera è il termine che dava il mio prof di clarinetto alle note che steccavo. Dato l'espressione mi è rimasta in mente a distanza di anni, potreste supporre io fossi una mezza pippa ma in realtà... ehm ehm...