13/03/17

Non credo alla scienza! scrisse da uno smartphone

Non molto tempo fa l'ormai noto virologo Roberto Burioni, divenuto suo malgrado una star dell'internet, scrisse un lungo post in cui sosteneva di come la scienza non fosse democratica, trattando di un problema piuttosto fastidioso e così riassumibile: la gente non si fida più della scienza.

Il perché proprio oggi un discorso del genere sia tanto sentito è facile dirlo. 
Scienza, di Gilberto Corbellini lo trovi cliccando QUI
Il web ci ha permesso di condividere con chiunque le nostre conoscenze, siano esse realmente concrete come colossali baggianate. Non essendoci alcun discriminante per giudicare il marasma di input che ci sta attorno però, se non quello della nostra valutazione personale, ecco che spesso conoscenze scientifiche perdono terreno sotto l'irresistibile appeal delle balle dei cantastorie più abili.

E cantastorie non è un termine usato a caso. Ma per questo, date un occhio qui.

Burioni allora dice che la scienza non è democratica, in quanto non soggetta alle ideologie e alle credenze delle persone, ma a fatti dimostrabili. E lo fa prendendo spunto dalle tante tesi degli anti vaccinisti che lui, da virologo, trova inconsistenti, ma che molti altri invece accolgono.
Il mio discorso in ogni caso non vuole andare su questo tema specifico, meglio dirlo subito. Vorrei piuttosto provare a rispondere a una domanda molto semplice:

La fiducia nella scienza, storicamente, ha sempre vissuto momenti di crisi come questo?

Una possibile risposta l'ho trovata in questo splendido saggio di Gilberto Corbellini, intitolato, pensate un po', Scienza!
Tra i tanti temi affrontati vi è una parte bella corposa che va proprio a indagare sul rapporto pubblico-scienza, e parte col dire che in effetti i momenti di crisi ci sono stati, così come quelli di intesa. Provo perciò a raccontarveli dal principio...

I primi scienziati, anche definiti"filosofi naturali", nel Seicento si presentavano come gentiluomini, veicolando la scienza in accordo coi modelli culturali predominanti. In particolare, era la religione il più grande scoglio da affrontare, e fino alla fine dell'Ottocento non era neppure detto fosse vista come tale. Una spiegazione del mondo ragionata sull'esistenza di Dio era più che accettata, e il famoso paragone dell'orologiaio dietro alla perfezione del tutto non era illogica né ostacolante.

William Paley, che scrisse
la metafora sul Dio orologiaio
Certo le cose cambiarono con le teorie sull'evoluzione delle specie biologiche, partendo anche dagli studi di Darwin. Qui non si rese più necessaria la figura della divinità per giustificare la complessità della natura, e il nuovo naturalismo scientifico si distaccò dalla cultura popolare creando un primo importante gap.
Gli scienziati erano professionisti, dotti in possesso di conoscenze che ai più non erano assolutamente accessibili. C'era bisogno perciò di un nuovo modo di comunicare la scienza alla massa e si pensò bene di mostrarne gli effetti positivi, evidenziando i risultati incredibili che si potevano ottenere. Non era chiarissimo come funzionasse la scienza, ma anche grazie all'influenza della mediazione politica essa riuscì ad insediarsi all'interno dei processi economici e sociali, apportando benessere, democrazia e sviluppo.

Nonostante i risultati però, il divario tra esperti e non continuava a crescere, con un grado di sospetto in aumento da parte di chi non trovava giusto affidarsi per forza a qualcosa di così poco trasparente e comprensibile. Una tendenza che riuscì ad invertirsi soltanto nel corso del Novecento, con la crescente alfabetizzazione e l'introduzione delle conoscenze scientifiche nei percorsi scolastici. Soluzione che è presente tutt'ora ma che... conserva alcuni punti critici.

Quel che avviene nella cultura occidentale, figlia del progresso tecnologico, è un aumento delle aspettative da parte della scienza. Aspettative non sempre esaudite e che si auto alimentano grazie a uno studio scientifico, anche e soprattutto scolastico, principalmente nozionistico, volto perciò a fornire certezze e poco propenso ad abituarci all'accettazione di conoscenze graduali e pragmatiche.
Assieme a questo poi c'è un senso di apprensione verso quanto ottenuto e perciò di paura di perderlo, quasi che il benessere conquistato sia figlio di un processo naturale, storicamente slegato dagli avanzamenti scientifici e tecnologici ottenuti con fatica. 

Un timore che si accentua in determinati ambiti applicativi, come quello medico o alimentare, ma capace di ignorarne molti altri, come quello più "materiale" e diretto della tecnologia per le comunicazioni. Arrivando così a urlare che alla scienza non ci si crede, senza accorgersi che i suoi frutti, maturati grazie ad anni di studio e ricerca di cui spesso non si può avere memoria, li si stanno godendo in maniera assolutamente scontata.