20/07/16

Isis, un brand per il tuo terrore

Faccio parte di quella generazione la cui infanzia è stata in qualche modo segnata dall'attentato alle Torri Gemelle. Guardavo i cartoni alla tv e tutto d'un tratto ogni canale mostrava soltanto questo grattacielo fumante appena colpito da un aereo. Poco dopo, ecco il secondo. Distruzione, fiamme, colonne di fumo nero, morte. E impresso nella mia mente di bambino il nome del cattivo che aveva fatto tutto questo: Osama Bin Laden, un volto che in realtà avevo pure confuso con quello di chissà che altro criminale, ma che nonostante questo infestava i miei pensieri nel momento di andare a letto, conscio che quello era l'uomo più cattivo del mondo e che era lì fuori da qualche parte. E mi voleva male!

Sono passati anni dall'11 settembre, sono cresciuto, e ho capito che il mondo non è poi così chiaro come può apparire agli occhi di un bambino. Non ci sono buoni e cattivi. Non è tutto bianco e nero. E le cose non succedono per caso o per la semplice esistenza di persone malvagie perché sì. Eppure all'ennesimo attentato, parola che rimanda sempre e comunque a quel primo nemico, non posso che osservare con quanta facilità alcune persone giudichino gli eventi semplificandoli all'estremo. A volte perché in preda al panico. Molto più spesso, perché condizionate dal brand del terrore più di tendenza degli ultimi tempi: ISIS.

Pare una parola magica. Un marchio a tutti gli effetti che s'imprime nelle nostre meningi non appena accade qualcosa di brutto, oscurando ogni altra possibilità. Sarà stato l'ISIS è la prima frase che ci viene da dire quando avviene l'inaspettato. 
Prodotto: un folle investe con un camion centinaia di persone. 
Brand: ISIS.
Così, ancora prima che l'azione sia rivendicata. Cosa che Daesh in ogni caso farebbe, suppongo, perché gli fa bene al prestigio e ci fa sentire ancora più vulnerabili. Ma fermandoci un secondo... è questo il caso? Che al momento in cui scrivo, gli inquirenti non hanno certezze a differenza della stragrande maggioranza di voi. E perché?
Forse per lo strapotere con cui il terrorismo ci bastona la ragione, rendendola docile e addomesticabile. Lo stesso che ci fa trovare conforto nelle parole di chi dice che il mondo è facilmente inquadrabile ed è così così e così, che ridurre tutto a Islam = Nemico sia logico e lecito, e che ora basta! perché lo Stato Islamico di Iraq e Siria è invincibile e sempre più forte. Anche se perde territori, risorse, uomini. Un lavoro d'immagine che non corrisponde all'impresa reale, ma che è sufficiente per chi non si fa qualche domanda in più, o per paura o per pigrizia.

C'è dell'altro ad aggravare la situazione: l'informazione di massa, che per come è strutturata, alimenta indirettamente il brand del terrore portandoci ad una pericolosa bulimia da news. Parere non solo mio questo, ma di molti addetti ai lavori che il giornalismo lo fanno di professione.
Siamo sempre più abituati a un'informazione rapida, sul pezzo, live, ma poco approfondita. La tendenza è quella di mostrare subito e in maniera morbosa il fatto più eclatante. Il che è comprensibile e giustificabile per una parte. Ma insufficiente se dall'altra continua poi scordandosi, ad animi raffreddati, di tornare su quell'infobesity ormai scemata, senza dar spazio e tempo ad approfondimenti che non siano becero opinionismo, e preferendo rincorrere alla velocità della rete la notizia più nuova e succulenta. 
Cosa può restarci, se non una visione del mondo ad episodi apparentemente slegati? Cosa, se non una scarsa capacità di ricomporre i pezzi, anche a causa di una memoria più volatile, attenta alla news, ma presto orfana di ciò che è vecchio? Abbiamo il potere di indagare più a fondo, certo, ma è una cosa che a un livello massificato non avviene, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Quanto è passato dall'attentato al Bataclan di Parigi? A me pare un'eternità. Sembra siano successe una marea di cose dopo quello. Non saprei dirvi quali in maniera precisa, ma tante. E invece poi faccio attenzione e dal 13 novembre sono appena otto mesi. Che sono pochi, è ieri, nel mondo delle persone. Ma è un'eternità in quello ultra rapido e volatile di internet, della tv e dell'informazione, quello che usiamo per ragionare, comprendere e giudicare. Anzi, delle prime due, per tanta gente, chissenefrega.

Ecco allora in scena per i social quella splendida democrazia da tastiera che a volte prende piede pure fuori, nel mondo vero, persino coi commenti di certi politici sbraitanti e pressapochisti (sinceri o attori poco importa, entrambi i casi hanno i loro effetti) che in quanto a ricette facili ultimamente la sanno veramente lunga. Piatti semplici con ingredienti alla portata di tutti, persino dei poveri di comprendonio. Buoni vero?
Si osannano soluzioni scellerate, che attirano perché non lasciano scampo alle domande, che quelle richiedono tempo, pazienza e curiosità, cosa che non possiamo permetterci perché non vedete? Ci stanno ammazzando, sono ovunque, ci invadono, non siamo sicuri, i prossimi potremmo essere noi, è tempo di fare, basta pensare!

E col fare a pancia in subbuglio e cervello ammattito dalla paura, poi, che cosa succede? Che invece di soluzioni ricaviamo altri problemi, con domande allora sì, davvero invadenti.
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Sono il primo a riconoscersi limitato, ignorante, confuso. E' tutto un enorme casino. Però sarò sincero: preferisco così. Preferisco star zitto e cercare un po' di più, piuttosto che berciare idiozie e idolatrare il guru di turno. Quello con la verità chiara e ovvia in mano. Che divide bianco e nero come fanno i bambini.