25/09/15

I Origins e gli occhi come specchio dell'anima

''Forse alcuni umani sono mutati e hanno un nuovo senso, un senso spirituale e percepiscono un mondo che è proprio sopra di noi e ovunque, proprio come la luce per quei vermi.''

Studiare l'evoluzione dell'occhio umano per poter finalmente mettere la parola fine all'eterno dibattito sull'esistenza o meno di Dio, di un creatore intelligente. Questo è l'obiettivo, a tratti quasi ossessione, del biologo molecolare Ian Gray, giovane brillante e talentuoso con una vera e propria attrazione per gli occhi delle persone. Passione che un giorno, durante una festa in maschera, lo porta a incontrarne due di molto speciali, quelli di una ragazza: Sofi.

Il film, dopo un breve excursus sul lavoro dello scienziato, racconta l'avvicinamento e lo scontro tra il pragmatico Ian e la più spirituale Sofi, mostrando una storia d'amore piena di passione, contraddizioni e domande, le stesse che il protagonista evita di porsi da sempre poiché fermamente convinto della loro intrinseca inutilità e insensatezza. Lui crede nei fatti, la fede non lo riguarda.
Da qui allora inizia un percorso pieno di meraviglia, difficoltà e anche soddisfazioni, che culmina nel maturo convincimento di Ian del proprio ideale di realtà, sfociando poi improvvisamente nel dubbio assoluto, nel ripresentarsi insistente di quelle domande che lui nemmeno voleva considerare. Comincia una rivoluzione, un cambio di prospettiva che forse può mettere in discussione ogni cosa.

Difficile capire se I Origins mi abbia soddisfatto o meno. Davvero, non lo capisco. Se da un lato la parte umana mostrata dai personaggi principali mi ha convinto più del dovuto, altrettanto non è stato per il modo in cui si è voluta sviluppare la ricerca della risposta essenziale. 
Il tema è chiaramente quello proposto nei primi momenti: Dio, la vita dopo la morte, ciò in cui è lecito credere o meno. Ed è anche efficace sviluppare questo dibattito interiore portandolo sul piano prettamente scientifico, sistemandolo su un tavolo da laboratorio per sezionarlo passo passo, fino a raggiungere la certezza assoluta al fatto che No, non ci sia nulla dopo, Dio non esiste, oppure che Sì, qualcosa, una luce che non possiamo percepire perché privi di un senso spirituale che ce la spieghi, c'è. 

Come dicevo però non mi ha convinto la maniera. 
Se il cuore di tutto è la domanda trita e ritrita posta in migliaia di opere prima di questa, qui efficacemente presentata grazie a un pizzico di innovazione in più, è un peccato venga banalizzato a causa di un contesto che non ne valorizza gli sviluppi. Sono pochi i momenti in cui la curiosità per l'ossessiva ricerca di Ian, e quindi per l'intera messa in discussione dei propri valori, sia la stessa che si percepisce da spettatori. Lo svolgimento del racconto manca come di empatia, non ti fa sentire, e questo è un peccato. 
Questo è forse il motivo per cui non capisco se sono soddisfatto o meno. Un'idea originale nel discutere di qualcosa che tocca tutti noi nel profondo, utilizzando gli occhi visti come specchio in cui e su cui riflettere, ma un modo di raccontarla che personalmente non è riuscito a far breccia e toccare quelle corde.