01/06/17

Ti prego

Era freddo là sotto. Tremendamente. Non fosse stato per il buio avrebbe visto la condensa del proprio respiro. Era seduto, immobile, braccia strette attorno alle ginocchia, bocca nascosta sotto ai vestiti, soffiando aria calda per trovare un po' di sollievo. Da che cosa, poi, non lo sapeva. Il tempo si era perso e così la fame che tanto gli aveva morso lo stomaco. Due giorni? Tre? Quante volte il sole era sorto e calato? Ma soprattutto: esisteva ancora, là fuori, il sole?
Un rombo sordo. Nuova scossa. Si coprì la testa. Si fece piccolo. Voleva scomparire nell'angolo della parete. Annullarsi. Non sentire. Durò poco. Alcuni secondi. E furono silenziosi e immensi e spessi, aggrappati a un attimo che non arrivò, un attimo in cui un blocco di cemento grande quanto un auto lo avrebbe ridotto a un niente nel buio.
Tossì per l'aria carica di polveri finché la sporcizia non si depositò a terra. L'altro si mosse un poco, lamentandosi. Poi tornò muto. Era vivo. Per ora. Almeno, non era solo.

"Latte di soia o di riso?"
"Uff... no, il latte non serve, è l'unica cosa che non devi prendere. Vedi che non mi ascolti quando parlo?"
Rilesse la nota sulla smartphone, percorse la lista e dovette darle ragione. A quanto pare il latte se l'era immaginato. "Ero sovrappensiero, scusami."
"Ecco. Io comunque torno per le sette, più o meno. Insomma non dovrei far tardi. Ce la fai a preparare almeno gli antipasti?"
"A che ora arrivano gli altri?" chiese spostandosi verso il banco degli ortaggi.
"James e Lory sono da noi per le otto, quindi anche la casa, magari, se riesci a metterla in ordine, non sarebbe una brutta cosa."
"Ai suoi ordini mein fuhrer"
"E non fare quella faccia!"
"Ma quale..." sorrise. "Ora comunque ti saluto, non trovo i pomodori. Ciao amore."
"Fai il bravo. A più tardi. Un bacio."
"Pomodori, pomodori, pomodori... pomodori!" esclamò individuandoli poco più avanti. Ne palpò un paio tra quelli che presentavano il colorito migliore, li imbustò e si avviò a cercare una confezione di pasta che non fosse troppo cara o troppo scadente.
Non se ne accorse subito, tanto era concentrato a tradurre le descrizioni, ma quando le prime urla lo sorpresero, l'adrenalina montò in fretta. Alla sua sinistra due interi scaffali si ribaltarono. Tutti presero a correre puntando alle uscite. Terremoto, terremoto, terremoto pensò, travolto dalla marea di gente nel panico. I lampadari al neon caddero dal soffitto, una pioggia di vetri e scintille lo mancò di un niente. Il tempo prese a correre, ma tutto pareva anche fatalmente lento. Fuori, in strada, le scosse percuotevano il mondo dall'alto al basso, impressionanti. Un mare agitato. Non si reggeva in piedi. Tutti erano fermi, schiacciati a terra da un terrore puro e primitivo. Le auto, corpi morti tra le macerie, sanguinavano uomini molli che non sapevano cosa fare e dove andare; erano formiche tra i grattacieli, che oscillavano come l'erba di un prato.
Fu strano quando tutto, per un istante, si cristallizzò. Un pugno in pieno petto, un fischio nelle orecchie e poi l'onda d'urto. Riaprì gli occhi. In lontananza, imperioso tra gli edifici, un fungo nero svettava sopra i cieli di Chicago. Un momento dopo la realtà si sfaldò. Marco corse sotto, al coperto, al sicuro, alla metro, e i palazzi piovevano con uffici e sedie e scrivanie e persone accasciandosi gli uni agli altri, e la gente gridava inascoltata assieme a lui, tra fumo e detriti, correndo nel buio, perduta, senza pensare.

Il telefono vibrò svegliandolo dall'inebetimento. Lo recuperò in fretta e furia, osservò lo schermo per alcuni secondi, il tempo di abituare gli occhi, e realizzò che "Campo. C'è campo!"
Era una chiamata persa. Era Monica. Immaginò la sua voce, un abbraccio caldo. Inorridito, vide il segnale scomparire di nuovo.
"No no no no!" Il silenzio, nell'antro, conosceva bene la sua frustrazione. "Dai forza su..." ripeté camminando in circolo, smartphone puntato in alto. L'esterno non rispose né alle imprecazioni, né ai pianti, e l'ultima tacca di batteria fu tutto ciò che gli rimase per sperare. Non poteva sprecarla così.
Attivò la modalità offline, tagliandosi fuori da ciò che stava all'esterno. Illuminò rapidamente il suo compagno, steso a qualche metro da lui, morente. Poi bloccò lo schermo e tornò al buio a riflettere, finché le poche forze non lo abbandonarono ancora, cullate dalla nenia insensata del vecchio che aveva ripreso a cantare.
Ripensò al momento preciso. Si chiese se non fosse la guerra. Ricordava angosciato la colonna di fumo nero. Un fungo atomico, come quelli dei film. Una fottuta guerra nucleare iniziata a Chicago. "Che sfiga!" disse a bassa voce, e nella sua mente l'esplosione, il colpo sordo e le orecchie tappate tornarono tutti, scorrendo giù per la schiena in un brivido gelido. Pensò anche alle palline gialle. Un dettaglio. Forse insignificante. Ma che pian piano, nella solitudine disperata, assumeva forme inquiete tra i fumi scuri del fungo, i lampi e le scariche elettriche. Sfere dorate nel punto più alto di tutto.
Il vecchio smise di cantare. O delirare. Marco non ci pensò più.

Fuori crollava tutto, l'aria irrespirabile. Le carcasse dei grattacieli piombavano al suolo e ad ogni ruggito, nel cuore della metro, un pezzo di soffitto veniva giù da qualche parte. Un campo minato.
Non scelse dove andare, corse e basta. Seguì chi gli stava davanti, oltrepassò la porta taglia fuoco incassata nella parete, perse l'equilibrio e rantolò per qualche metro lungo la scalinata metallica, centrando la donna che lo precedeva. Alle loro spalle la via era scomparsa, cancellata dall'ennesima scossa. La luce l'aveva appena abbandonato.
Quando rinvenne qualcosa sopra di lui si stava scuotendo. Si liberò dal peso, prese il telefono, cercò di capire. La donna di prima, occhi all'indietro e schiuma alla bocca, era in preda alle convulsioni. Smise poco dopo, ma non si mosse più. Marco allora le sentì il battito, tentò un'improvvisata respirazione bocca a bocca, un massaggio cardiaco, qualunque cosa, ma i suggerimenti dei film, si rese conto, furono inutili. Se n'era andata davanti a lui. Una donna le era appena morta sotto agli occhi. Morta così. Senza senso. In fuga da qualcosa. Uccisa tra centinaia e migliaia di altre donne e uomini e bambini. Era una cosa gigantesca, difficile da concepire per un uomo solo. Pensò a Monica, ai suoi genitori, agli amici. Urlò e pianse, chiese aiuto, cercò di capire guardandosi attorno col cellulare e urlò ancora. Che cosa cazzo stava succedendo?
Non c'era campo, né illuminazione, né altre persone. Puntò in avanti il chiarore dello schermo, mosse un passo dopo l'altro, braccio teso in avanti, per cogliere gli ostacoli che si nascondevano nell'impenetrabile. Trovò le mattonelle della parete. Le accarezzò, grato di avere almeno un punto di riferimento, di non essersi perso. A destra e a sinistra non vide nulla, se non il muro diluirsi nella più assoluta oscurità. Scelse una direzione e cominciò a seguirla, trovandosi bloccato da uno spuntone di terra viva che aveva sfondato i contorni della metro. Ne costeggiò il bordo, convinto di imbattersi prima o poi nei binari. Ma non accadde. Erano come... spariti, e non potendo orientarsi tornò sui suoi passi, brancolando nel buio, cercando di prendere l'altra direzione. Solo, schiacciato dai propri limiti, dopo circa un'ora si arrese, si rannicchiò al suolo e decise di non muoversi più. Non finché non fosse cambiato qualcosa. Si addormentò e risvegliò più volte. Spinto dai bisogni, dalla fame, dalla sete. Bevve l'umidità schifosa delle pareti. Riprovò a capire e a scappare. Si diede per vinto ancora. Si sentì morire.
Su e giù, non seppe quanto tempo dopo, in lontananza comparve una luce, oscillando a intermittenza.
"Sono qui! Ehi ehi, I'm here, I'm here!" gridò rispondendo con lo smartphone. La seguì, improvvisamente rinvigorito, verso la voce che ora rispondeva a borbottii. Chiunque fosse aveva spento la torcia, o quel che era, per non sprecare inutilmente energia. Trovò un uomo, steso, coperto da un pezzo di cartone. Era un vecchio senza gamba, persa sicuramente molto tempo prima data l'assenza di ferite. Notò però il sangue sulla bocca e a gesti, cercò di chiedere che fosse successo, ottenendo la sua reazione spazientita e un acceso invito a levargli il telefono dalla faccia.
"Do you speak english? Mi capisci? Capisci quel che dico?"
La risposta, incomprensibile, lo fece innervosire, ma non si diede per vinto. "Wait, wait... cerco di capire dove siamo, cerco una via, dev'esserci qualcosa, forse una..." disse sbloccando lo schermo e illuminando il bordo della parete. "Una porta, qualcosa, dev'esserci una cazzo di porta da qualche parte" Le mattonelle della metro si alternavano ai bordi irregolari e umidi della roccia viva, che spaccava le pareti." Allora svolto, continuo di qua finché non la trovo, no? E poi..." girò, e girò, e girò ancora e ancora e ancora, letteralmente, rendendosi conto delle dimensioni non molto ampie di una prigione inspiegabile, poco più grande di un campo da tennis, custodita nelle viscere della città.

L'anziano aveva ripreso a parlare. Un filo di voce sottile sottile.
"Ehi! Can you speak english?" riprovò. "Do you understand me? Cazzo, forza, mi capisci? Mi capisci?"
Non lo ascoltò, ma cantilenava, appena percettibile, in quel suo idioma sconosciuto, interrotto da un colpo di tosse e l'altro. Poi cercò la sua mano, gliela strinse e alzò la voce.
Marco non capì. O non volle capire. Era la canzone più triste del mondo. Strinse la mano a sua volta, trovandola calda e fragile, finché il canto terminò.
"No no no. Forza vecchio ti prego forza...". Gli cercò il battito "Non puoi! Non puoi!" ma i suoi tentativi furono inutili, e non ci fu ragione nemmeno stavolta. Ecco perciò il silenzio, il buio e il ragazzo, legati assieme a un destino insopportabile per chiunque.
Sarebbe stato impossibile per lui definire un momento preciso, ma d'un tratto, frustrato dalla propria incapacità, schiacciato dal peso del mondo, fu colto da una furiosa e irrefrenabile voglia di sopravvivenza. Lui, di rimanere lì sotto, non ne aveva più alcuna intenzione.
"Dove lo nascondi?" chiese vomitando tutta la rabbia al corpo senza vita dell'anziano. Frugò in ogni tasca e tastò ogni centimetro degli indumenti sudici. "Cazzo!" gridò disperato, tirandogli un pugno in pieno petto, afferrandolo per la gola e poi scuotendolo. "Devi averla per forza, ce l'avevi la luce, ce l'avevi!" fece sbattendolo al muro, finché non sentì lo schiocco delle ossa che si spezzavano.
Mollò la presa, inorridito dal suono e schifato da ciò che stava facendo. Blaterò qualcosa di confuso. Singhiozzò. Stava impazzendo. Chiese al nulla cosa stesse succedendo, aspettandosi una risposta. Si allontanò dal cadavere e strinse tra le dita lo smartphone, che era speranza, era contatto col mondo, era l'inutilità fatta a oggetto.
"Ma dove siete tutti? Monica, dove sei, che succede, che succede?..." Diede una testata alla parete. "Che faccio? Mi ammazzo? Mi uccido? Mi uccido. Aiutami o mi uccido. Aiutami, o io giuro che mi uccido. Ti prego, aiutami." un colpo, "O mi uccido." altri due colpi. "E' questo" ora le percosse aumentavano in frequenza e intensità, "quello che vuoi?" alimentate da una follia suicida. Lampi di dolore gli trafissero il campo visivo, illuminandolo di aghi puntuti che lo fecero ridere di gusto. Un pazzo, incastrato nel filo spinato, che si sbellicava incontrando la morte, finché qualcosa di folle non accadde davvero, ponendo fine a quel delirio così com'era iniziato.
Trovò uno "Zaino. Uno zaino? Cristoddio vuoi vedere che" La sua mente si diede un'ultima chance, aggrappandosi alla vita con tutto ciò che le rimaneva. Marco cercò con la convinzione di chi stavolta ce l'avrebbe fatta e infine esultò, toccandone i bordi definiti e inconfondibili: il vecchio aveva usato un tablet. Lo sbloccò. Gli occhi si ridussero a due fessure minute. "Vecchio di merda, vecchio di merda! Batteria scarica!" sentenziò tirando un pugno al pavimento, rompendosi sicuramente qualcosa. Tastò il retro in cerca della fotocamera. Forse non tutto era perduto. "Il flash!"
Si alzò in piedi, pronto ad attivare lo scatto, ma si fermò. "No." Doveva calmarsi.
"Ragiona Marco, ragiona. Otto percento. Quanto può durare? Me ne bastano... dieci." Prese lo zaino, esaminò meglio il contenuto non trovando nulla di utile, se non una lattina di birra vuota, uno straccio sporco e una forchetta di plastica. Se lo mise comunque in spalla, cliccò sulla fotocamera e attivò il flash...
"Uno, due, tre..." contò a bassa voce, spostando il raggio di luce lungo i limiti della prigione. Zolle di terra, muri spaccati, roccia scura e umida, "sette, otto..." vide il bordo liscio della galleria della metro, abbassò in cerca delle rotaie, le trovò, dissestate e bloccate da una frana, spostò verso destra, "tredici, quattordici..." incontrando i resti di un'auto, finiti là sotto chissà come, e di nuovo roccia e "diciassette, diciotto..." una sagoma, che si spostò con la luce. 
Buio.
"No..." il fiato gli morì in gola. "No no no no..." disse in una voce acutissima, flebile, un sussurro di puro terrore. Indietreggiò premendosi alla parete, negli occhi la figura, Quella Figura, che si era mossa evitando la luce, imprimendosi nelle sue retine. Era un... era...
Sentì la cosa muoversi. Lentamente.
Prese lo smartphone. La luce schiarì appena il suo braccio, teso in avanti per difendersi, e nient'altro. "Ti prego, ti prego no, ti prego no no no..." ripeteva tremando e piangendo, pensando alla sagoma lucida, nuda, liscia, umanoide, silenziosa, viscida, che si muoveva, che...
La batteria si esaurì. Brividi incontrollabili, rivedeva nella sua mente la parete, il flash che si spostava, la cosa che lo evitava. La sentì avvicinarsi, poi non sentì più alcun rumore. Restò con le mani in avanti, a tastare l'aria, gli occhi spalancati per vedere qualcosa, poi chiusi per paura di trovarla, nella speranza di non incontrare nulla, nella paura di imbattersi in qualcosa. "Ti prego..."