05/12/16

Il tempo della politica social

Il giorno dopo il voto mi trovo ancora una volta dalla parte dello "sconfitto". Come per le trivelle intuivo già come sarebbe andata a finire, ma il mio , nonostante il forte clima d'opposizione respirato nell'internet, l'ho voluto dare lo stesso e a maggior ragione, perché ritenevo fosse la cosa più giusta.

Il mio pensiero di oggi comunque, è riassunto qui da Bob
Non voglio parlare delle ragioni della mia scelta comunque. Se siete cervelli intelligenti (e do per scontato che lo siate) saprete che qualcuno può avere un'idea diversa senza per forza essere un coglione. Volevo però spendere due parole nate da quest'ennesima esperienza di confronto politico social. 
Un ambiente che, personalmente, un po' mi spaventa. Vi dico le mie (personalissime) impressioni.

Il rammarico più grande per me è stato il non poter discutere mai, e sottolineo MAI, in maniera serena e pacata delle ragioni del Sì e del No. Si è creata, qui sul web, una tifoseria da stadio che ha azzerato ogni possibilità di dialogo, portandomi a zittirmi ogni qual volta si iniziasse a parlare. Per non venir travolto dalla valanga di insulti, pesantezze e idiozie già viste e riviste, ho preferito non dire quasi mai cosa pensassi.
Perché era incredibile la sicumera di chi aderiva al No, insinuando nell'avversario a favore del Sì una sorta di deficienza cognitiva o di oscura collusione coi poteri forti. E di pari passo era anche l'altro fronte, con la spocchiosa formuletta dell'analfabetismo funzionale, sempre sulla punta della lingua, pronta ad essere sganciata come una bomba per radere al suolo dall'alto di un piedistallo ogni possibilità di ribattuta.

Ci vedo così. Mal disposti a mettere in discussione il nostro punto di vista per aderirvi con forza e passione, perché cambiare squadra è simbolo di debolezza. Sembriamo tutti nati imparati, siamo esperti, la sappiamo lunga e non ci facciamo fregare dal sistema come quegli altri. Poi però, una volta in cabina, casca l'asino con la foto alla matita del complotto... 

L'idea, nell'estremismo dei confronti, è quella della forza bruta che vince. In tv è chi persuade, chi stordisce l'avversario con la retorica e affascina gli ascoltatori a spuntarla. Qui in rete a dominare è chi urla più forte, chi sa crearsi un seguito, chi ha lo slogan più efficacie e semplice, chi svela lo scandalo, chi raggiunge la viralità, a prescindere da tutto.
Quanta disinformazione c'è stata in questi mesi? Quanti meme palesemente pregni di balle sono stati condivisi, osannati o derisi (ma comunque veicolati)? Quanti i titoli falsi e provocatori letti (e non approfonditi)? Quante le bufale che, rettificate o meno, hanno polarizzato tendenze e decisioni? 

Non pochi si stanno interrogando sugli effetti pratici che le dinamiche dei social stanno avendo sulla democrazia. In un luogo in cui tutti possono esprimere la propria opinione, a primo impatto, vi sono una marea di effetti positivi, vi è un'opportunità mai vista nel corso della storia. Ricordate con quanta speranza si guardava alle Primavere Arabe? Allo stesso tempo però, è davvero miope non accorgersi dei meccanismi collaterali che questo nuovo tipo di comunicazione porta in grembo, e di quanta potenza essi abbiano.

Oggi non è il giornale di carta, la stampa classica, a formare e condizionare l'opinione pubblica. E non è nemmeno la tv che si fa interprete delle nostre scelte. La partita si è spostata qui, sugli schermi dei nostri smartphone e dei pc super sottili, sulle bacheche iper aggiornate di facebook e nei trend spasmodici di twitter. È nelle mani di chi crea il contenuto più rapido, sensazionale e virale, perché di leggere davvero che cosa ci sia nella riforma costituzionale molti non ne hanno le capacità, tanti di più la voglia, ma quasi tutti, nel mondo della velocità... il tempo!

Non so cosa ne pensiate voi, se abbiate le stesse (brutte?) sensazioni che ho io, ma sono curioso. 
In questi tempi di Europa o Brexit, Clinton o Trump, Sì o No, chi ha vinto in rete e chi nella realtà? Ma soprattutto... che impressione avete di tutto questo?