17/05/16

Certe cose non si possono né dovrebbero raccontare

Ieri sera, durante i nostri esperimenti di scrittura assieme a quella banda di pazzi di Accademia Orwell, si parlava di narrazione priva di barriere morali e pregiudizi, intendendo cioè l'atteggiamento che dovrebbe avere un autore di guardare  la propria storia sotto diversi punti di vista. L'idea insomma è osare, sperimentare, lasciarsi portare dal racconto, anche e soprattutto giocando con elementi che riteniamo intoccabili per costrutti e pressioni sociali che per forza di cose possediamo.

La prendo larga. A un certo punto è stato citato il regista Lars Von Trier e la sua dichiarazione al festival di Cannes 2011

''Hitler lo capisco. Ovviamente ha fatto molte cose sbagliate, assolutamente, ma riesco a immaginarlo mentre sedeva nel suo bunker quando tutto era finito.''

e si è fatto notare come a questa frase tutti si siano indignati, specie la direzione del festival.
Il punto ora non è Hitler. E' un esempio. Il punto è l'atteggiamento dell'autore, ma anche solo delle persone, riguardo un dato storico o un personaggio che è diventato nel tempo una base di partenza e di giudizio su cui ragionare, accusare, additare, costruire, disfare, discutere. Una base da cui nascono linee di pensiero tra le più disparate, ma che resta solitamente fissa.

Von Trier ci gioca. Ma non scherzandoci. La usa per guardare questa figura tanto controversa nella sua parte umana, nel momento in cui è un uomo distrutto che sta per morire. Prova simpatia intesa come condivisone di emozioni e sentire comune. Empatia. 

La discussione utilizzava questo esempio forte per ragionare sul fatto che chi narra dovrebbe avere il coraggio di raccontare e non dire (e dirsi) E' così come penso io e ora te lo spiego. Si invitava quindi a immedesimarsi in situazioni, persone e luoghi visti normalmente in un dato modo, probabilmente superficiale, sicuramente limitato a una delle tante possibilità; e a raccontare una storia, azione non esauribile con lo scrivere ma feconda anche intimamente ascoltando quel che si vive, trovando un buon modo di creare alternative capendo meglio ciò che siamo e abbiamo attorno.

La domanda sorge spontanea: fino a che punto ci si può spingere con un simile atteggiamento? 
Perché il fatto che la dichiarazione del regista sia stata criticata significa che dare un'alternativa circa un pensiero largamente condiviso, può creare tensioni e può essere visto come una provocazione inaccettabile. In effetti, prendere un oggetto e raccontarlo in modo inedito è una provocazione, in primis per chi lo racconta, poi per chi ascolta la storia. Il problema delle provocazioni però è che spesso hanno un intento dietro, un fine che le spinge, e non possiamo riconoscere (o forse non è nemmeno interessante farlo?) chi provoca per il semplice gusto di narrare e chi per quello di ottenere qualcosa.
La satira ad esempio prende un fatto noto e te lo mostra sotto un aspetto che prima non vedevi. Provoca. E ci si può vedere uno scopo preciso sotto: far riflettere. La narrazione, o meglio, l'atteggiamento di narrare in maniera libera e disincantata, probabilmente può venir sottoposto allo stesso giudizio, ma sicuramente non lo fa per raggiungere un fine prestabilito, quanto più per sperimentare e creare. Ti spinge a delle riflessioni ma non perché ha questo come obiettivo.

Altro esempio: Lui è tornato. Sì, oggi Hitler calza a pennello. Qualche tempo fa ho scritto una recensione qui sul blog e tra i commenti c'era chi diceva che un film e un romanzo simile non li avrebbe né visti né letti e che certe storie e certi personaggi non possono rivestirsi di comicità, nemmeno per sdrammatizzare.
No. Sono dell'idea che per un fine istruttivo certe storie e certi personaggi si possano e debbano prendere e rigiocare, persino in maniera comica. Figuriamoci quindi se non anche solo per il piacere di raccontare. Come diceva il sopracitato regista, se una cosa la posso pensare allora la posso anche raccontare. Utilizzare il furer allora, inserirlo ai giorni nostri e renderlo goffo non è un atto creativo che osa e prende un punto fermo del nostro giudizio e lo sperimenta in prospettive diverse? E' sbagliato farlo? 

Vi lascio in sospeso questi punti interrogativi perché vorrei sentire la vostra. Ne aggiungo anzi un altro, così, tanto per complicare le cose. Secondo voi, nel caso riteniate lecito scrivere, parlare, pensare e raccontare qualunque cosa anche e soprattutto sconvolgendo e provocando, esistono dei limiti e delle responsabilità di chi narra verso chi ascolta?