21/03/16

Reverenziale timore di morte

Disteso sotto un ombrellone a pois osservava i cadaveri che affollavano la spiaggia, resti di persone aggrappati a scheletri scarnati dai vermi. Strano a dirsi, ma così coperto appena da un asciugamano non riuscivano a notarlo nemmeno per sbaglio. Erano creature assolutamente temibili ma certamente non troppo sveglie, che ora inscenavano, quasi a omaggiarli, un tripudio di cliché rubato da pagine e pagine di letteratura sugli zombie. 
Sulla sabbia infuocata dal sole di agosto emergevano o s'inabissavano nel fondale marino, tanto lenti, instabili e privi d'istinto rabbioso che c'era da chiedersi se fosse davvero il caso di averne paura. Certo Marco conosceva bene la risposta da darsi, visto che era lì a girovagare sul bagnasciuga con faccia ebete e testa esplosa. Immaginatevi un brillante ricercatore del politecnico di Milano a regalare la propria conoscenza facendosela uscire dal cranio sfondato a fucilate. Già... così stavano le cose adesso: al suo compagno mancava mezzo capo eppure brancolava sereno. E a questo punto potreste chiedervi come fosse ancora possibile deambulare tanto pacatamente e se non sapesse invece che senza cervello gli zombie morivano per davvero. Si era scordato che i fondamenti di tanta orrorifica tradizione non prevedevano assolutamente un simile comportamento? 
Lo stupore aveva subito sconvolto anche Giacomo, quando appena tre settimane prima aveva premuto il grilletto facendo fuoco dalla cima del letto a castello. Marco l'aveva assalito dopo due notti d'inferno lottando le febbri terribili del virus. Lui, per prendersene cura e rispettare la promessa che li aveva legati, lo aveva ammazzato se pur con qualche esitazione, in cuor suo confidando in una liberazione purificatrice, non certo nel risentimento da non morto non morto! Un deficiente e reverenziale timore di morte che pareva possedere gli zombie aggrediti spingendoli via, lontano dagli umani ''cattivi'' che volevano ma non potevano ucciderli. Quei cosi avevano paura dell'uomo più di quanto l'uomo ne avesse di quei cosi. E in un simile scenario di degrado e devastazione gli toccava attendere che i cadaveri finissero di farsi il bagno a mare per migrare poi da qualche altra parte.
Immobile sotto l'ombrellone a pois, coperto da un asciugamano di Willy Coyote, Giacomo studiava l'abbozzarsi di una società di asociali, intento a non turbarne l'instabile quiete. Non vi stupirà più sapere a questo punto che anche un'altra ventina di sopravvissuti lì con lui era appostata ormai da parecchie ore, attenta sotto il sole cocente a non spaventare i corpi inconsapevoli. Ciò che volevano scoprire osservandoli minuziosamente rispondeva all'idea sempre più pop che il virus in realtà fosse una manna dal cielo, vero autentico dono divino che esaudiva millenni di preghiere ignorate. Per intenderci: come reagireste voi lettori se vi dicessi che esiste il modo di vivere tutti insieme, in armonia e per sempre? Cosa fareste se il paradiso promesso non fosse nell'aldilà ma invece qui e ora, proprio sulla Terra?
Bastava un morso o una ferita da graffio e meno di quarantotto ore di febbre, ed ecco che la morte non era più un problema, ma piuttosto la soluzione. Ché dalla morte di certo non si può morire di nuovo, come spiegavano bene quei cosi immortali, pacifici e in comunione tra rigurgiti di mosche e un grugniti svogliati. Gli istinti bellicosi di quando erano sani scemavano in un baleno al primo scontro violento con noi altri, un po' così, per puro istinto di sopravvivenza (sì, è strana questa) lasciando invece posto allo strampalato timore; e l'impossibilità di vedersi morti nel senso di morti per davvero non dava loro alcuna ragione di covare del risentimento. L'assenza, infine, di bisogni e limiti fisici (affermazione ancora oggetto di dubbi) rendevano poi tutti quanti quieti e macabramente buffi. Qui allora il rompicapo! Non è forse un buon modo, quello d'infettarsi, per assicurarsi un'eternità tranquilla e serena?
Tali erano i crucci che tormentavano gli sciagurati sopravvissuti, prima sicuri d'essere fortunati per la scampata epidemia e ora invidiosi di tanta beata e beota non vita, che lì, sotto il sole bollente di agosto da ore e ore e ore, sulla spiaggia affollata da morti non morti che non potevano morire, avevano l'impressione sgradevolissima di lavorare come fosse Ferragosto, mentre quelli si facevano una vacanza portando tranquillamente a spasso e a far la cacca i propri intestini penzolanti. Calura o meno, pensò Giacomo, la missione aveva preso una piega decisamente allucinante.