12/07/15

Vuoto a metà.

Come tagliarsi le vene, sentire le forze lasciarsi al pavimento in una macchia sempre più larga, più lenta, più densa. Non c'erano più le gambe, non parevano sue, arti insensati di una marionetta, e la volontà di muoverle inutile, come ci fossero i fili ma tagliati da un sadico. 
Quattro lattine di birra lo fissavano dal tavolino, tutte e quattro mezze vuote. Quella che teneva in mano sgocciolava in un rivolo gelido, strisciando tra i peli stizziti dell'avambraccio.
Formicolava. Il sangue, in quella posizione, a penzolare sul bracciolo del divano, non passava.
La tv dava uno di quei pallosi talk show domenicali anche se era di lunedì. Era pomeriggio, il sole faticava prima tra la tapparelle del soggiorno, poi tra le nuvole fuori. Gli venne su birra acida con un rutto. Rimandò giù. Cambiò posizione fissando le tette della presentatrice alla tv. La circolazione scaldò le dita, si passò la lattina nell'altra mano, il culo riprese sensibilità e lentamente anche le gambe. Ingoiò alcuni sorsi decisi, e quando sentì che il sapore era troppo dolce perché la birra troppo calda, fece largo a un altro spettatore nel suo piccolo pubblico di omini di latta. 
Si parlava di un omicidio prima, ora dei diritti dei froci. Quanto li odiava lui i froci. Volevano dei figli. A pensare a i suoi, di figli, gli prese di grattarsi l'uccello. Tolto il fastidio già che c'era, restò con la mano nelle mutande finché non gli venne duro, poi iniziò a farsi una sega con le tette della presentatrice.
Faceva caldo. Il sudore colava da sotto l'ascella correndo giù fino al divano. Era uno spettacolare grassone a mutande calate intento a segarsi su un divano di pelle nera. Quando si muoveva un po', rinvigorito dal sesso, si scollava dai cuscini lucidi per trovare una parte più fresca e asciutta. 
Tolse le mutande e le prese con la mano libera, la presentatrice ci dava dentro coi primi piani. Venne per metà nelle mutande e per l'altra centrò il lato del divano. Stremato le abbandonò a terra non prima di usarle per pulire la mira sballata. Tornò a morire nel suo sudore sporco di giorni.
Era come tagliarsi le vene, di nuovo, ma le forze stavolta non sarebbero tornate. Sentiva anche un certo peso allo stomaco. Non era la birra però, né il non aver mangiato, o una delle sue nausee croniche o un dopo sbronza costante. Era la situazione, la solitudine, la sua miseria schifosa, la troia che gli aveva succhiato l'uccello prima e il conto in banca poi, e i suoi figli bastardi, deficienti, ingrati. Non il lavoro, che a dirla tutta non c'era da un pezzo, ma il tempo.
Il tempo gli fotteva il cervello, il fegato, le forze e lo stomaco, soprattutto quello. Il senso di nulla pesante, proprio lì, in mezzo alla pancia, al centro di sé stesso, quel niente lì lo stava ammazzando, e non sapeva che fare.
Cambiò canale, si stese meglio, guardò il ventilatore rotto. Si aprì la sesta lattina di birra e le altre cinque lo guardarono senza faccia, vuote a metà, sul tavolino.