19/06/15

Se finisci un libro

... ti resta sempre come una sensazione di vaga insoddisfazione, uno strano tipo di senso di vuoto. Oggi ho proprio un po' di quel senso di niente, ma meno del solito. Dovete sapere che per il compleanno la cara Vale (visitate il suo blog di foto o siete stronzi) m'ha regalato un libro di Stefano Benni intitolato Il bar sotto il mare (che potete trovare QUI anche in formato kindle). Si racconta di questo tizio che inseguendo uno strano e losco individuo si ritrova sott'acqua dentro a un bar pieno di gente. In questo bar subbaquo (subbaquiria!) ogni persona presente ha il dovere di raccontare una storia, come quella sui cavalieri e i misteriosi spingitori di cavalieri. Insomma, un buon espediente per creare una raccolta di racconti brevi. E voi lo sapete quanto mi piaccionoammé i racconti brevi, vero?
Foto della Vale questa!

Tutto sta papparedella de robba perché?
Perché ho notato che le raccolte di racconti ti svuotano meno. Intanto le puoi leggere a tocchi, quando ti pare, nel lungo corso dei mesi, e poi non ti lasciano di menta come accade in narrazioni più corpose, appassionanti, magari strutturate in saghe, quelle che wow quante seghe e poi le finisci e la tua vita non ha più senso. 
Improbabili vaneggiamenti a parte volevo anche riportarvi uno dei racconti che più mi ha divertito. E' brevissimo tra l'altro, quindi potete leggerlo senza tanto sbuffare dicendomi che faccio i post troppo lunghi. Poi oh, se vi piace, il libro potete pure comprarvelo. Io ve lo consiglio di sicuro!

Il verme disicio
Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”. 
Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico.

Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba solo del verbo “elìcere”. Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d'uso e i pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno.
Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L'apocòpio succhia la “e” finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell'Ottocento ne esistevano milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta. 
Ma come dicevamo all'inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un'altra, e mette quest'ultima al posto dell'appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com'era prima dell'augurio del verme disicio.
Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accorata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.