26/05/15

Fino alla fine del mondo.

La pioggia cadeva sottile stagnando nel fetore di Rubbish River. Carcasse metalliche e imponenti torri d'acciaio e titanio riposavano vigili nel silenzio del suo cimitero. S-451 fu scossa da un tuono: ampia differenza di potenziale, scarica pilota a carica negativa, discendente. Il rombo le invase i sensori. Il boato delle bombe lo assordò. Fuoco, fuoco, rispondere al... scattò sulle gambe, si aggrappò al mitragliatore, premette il grilletto. Vomitò una torma di piombo alle trincee austriache, lordando il buio di sangue e fango.
C'era pioggia, ancora, sottile come la falce di luna ghignante sui loro crani sgraziati. Proiettili nemici frugarono a vuoto sfiorando i loro elmetti. Al riparo! disse Fedele. Strisciarono giù, vermi nel fango, tra gli amici, sanguinolenti alcuni, cadaveri altri. Terreno vibrante di bomba a mano, un lampo che molestò la notte. Si premette le mani sulle orecchie. Fischiavano. Dietro di lui mezzo fossato era ceduto. Continuò a strisciare, Via via via! affogando le unghie nella melma per tirarsi avanti, unghie di lega metallica incastonate in arti meccanici e feriti di ruggine.
Dove si trovava S-451? Quand'era successo che la fine venisse a trovarla? Un rantolo cibernetico le si arrampicò per la gola. Avesse potuto, al sentirlo, sarebbe rabbrividita di paura. Quanti danni riportava il suo involucro dannato? Strinse i resti del traliccio che le stava di fronte. Voleva uscire, arrampicandosi fuori dall'inferno, vedere il cielo. Il bollore al cuore del petto gelò il desiderio di fuga: sistema refrigerante andato, blackout stimato in tre minuti. S-451 sentiva di respirare fuoco. La maschera, cazzo la maschera la maschera ripeté nel panico avvolto dai fumi asfissianti, che mefitici, si trascinavano lungo i bordi delle depressioni amiche per poi discenderli. Se non potevano perforargli la carne, gli austriaci li avrebbero uccisi per asfissia, ammazzando i disgraziati che tentavano la fuga dalla trincea. 
Gli occhi bruciavano, prese l'ultima boccata d'aria buona e scavò avidamente tra i corpi dei soldati. La maschera era tutto. La nebbia calava rapida, una ghigliottina gelida dritta sul collo e terrore sudato che gli graffiava la schiena. Artigliava componenti di corpi robotici, scarti di androidi, vetusto splendore della civiltà tecnologica che fu. Avesse avuto pelle e sangue e umanità vera, anche all'esterno, S-451 sarebbe stata ugualmente al limite, spinta dall'adrenalina a fare l'equilibrista sul ciglio della morte. Afferrò l'ennesimo appiglio, strinse con le dita inumane, uscì dal baratro abbandonandosi al cemento gelido. 
Blackout stimato in trenta secondi. La carica, induzione elettromagnetica, distava centosei metri virgola quaranta. Si mise in posizione eretta, un passo dopo l'altro, le giunture deteriorate. Stimò il momento d'arrivo. Calcolò fosse la fine. Eppure non si fermò. Trenta secondi di vita, di coscienza, di ricordi di un'umanità antica che arrancava verso un futuro salvifico visibile, ma irraggiungibile. Il cuore gli pulsava nelle gambe, negli occhi irritati, nella testa. I polmoni volevano gridare, frustandogli le costole per poter ricevere un po' d'aria. Ma i fumi erano ovunque, erano nebbia nella notte, un velo latteo che copriva di morte la resistenza italiana. La necessità prese allora il sopravvento. Doveva andare in alto, doveva cercare ossigeno buono, non sarebbe morto anche lui là sotto. Si spinse oltre il fossato, uscì allo scoperto, bersaglio perfetto per il nemico spietato. Corse voltandogli le spalle inalando piccoli respiri filtrati da nient'altro che la sua manica lurida. Qualche sparo, di tanto in tanto, riprendeva dal fronte opposto, ma la stesso pallore letale ora lo rendeva invisibile ai propri carnefici. 
Fu il fuoco alleato a sorprenderlo, scorgendo la sua sagoma in corsa. Due colpi, uno alla spalla, uno al centro dello sterno. Cadde in ginocchio, respirò i gas mefitici piangendo lacrime acide. Gli italiani, i suoi italiani, stavano rinforzando le fila. Incontrò di sfuggita, tra i fumi, i loro visi celati dalle maschere. Occhi impenetrabili, glaciali, freddi, inumani, che non lo scorsero nemmeno. Era la sua ora e pensò alla sua splendida moglie e le sue bellissime figlie. Pregò perché il fronte non cadesse tendendo una mano al cielo. Provò, nel suo ultimo istante di vita, a gridare il suo terrore, ma non un suono riuscì a trovar voce. Morì lì, con la coscienza in tumulto e una mano artificiale tesa in avanti, a pochi passi dalla fonte. Quel giorno, con l'A.I S-451, sparì l'ultimo sentimento dell'uomo, il suo ultimo ricordo, e l'ultima traccia di ciò che a sua immagine era riuscito a creare.