10/02/15

Se tu sei Alabama, mi dici io chi sono? Monroe?!

Si parte con un sottofondo costante di musica, genere bluegrass, il country nella sua forma più pura, che lega la vita di Elise e Didier, due persone tra loro molto diverse ma capaci di innamorarsi e di vivere la loro relazione in totale sintonia. E poi entra in scena Maybelle, la loro piccola, destinata a cambiarne per sempre vita e storia, nel bene e nel male.

Ammetto fin da subito che Alabama Monroe mi è piaciuto davvero tanto. A partire dal modo in cui viene raccontato, un'alternanza di continui salti temporali che s'intrecciano sottolineando di volta in volta situazioni visive e uditive totalmente in contrasto tra loro, quindi valorizzandole, passando poi per la musica, sempre presente, e per la delicatezza e per il realismo con cui ci viene presentata tutta la vicenda. Una storia che è essenzialmente d'amore, preso nel senso più ampio del termine, che difatti ci viene mostrato in ogni suo lato, dall'affetto al sesso, dal volersi bene all'intesa, puntato infine con forza su quello rivolto verso un figlio. 
Ci sono proprio per questo molte figure e molti temi che ruotano attorno ai protagonisti. C'è ovviamente loro figlia Maybelle, che porta con sé quelli della malattia e del dolore, così come il loro gruppo, un'allegra e strambissima combriccola di musicisti che con loro condivide non solo passioni e risate, ma qualsiasi momento importante. E di molto importante, infine, ci sono Dio, la scienza, e la morte.

Non che se ne parli in maniera pesante ed esplicita di questi tre aspetti, che anzi sono componente essenziale di questo normale scorcio di vita, ma vengono fatti sentire e bene per la durezza e l'estrema bellezza di ciò che si vede. Impossibile restare indifferenti agli scontri ideologici totalmente opposti di Elise e Didier, la prima credente e il secondo fortemente coi piedi per terra, razionale. Impossibile schierarsi da uno o dall'altro lato, o meglio difficile, poiché si empatizza con entrambi. Perché da una parte è evidente quanto il concetto di Dio, di entità superiore e di fuga dalla morte siano un sollievo, una via d'uscita per non perdersi nel dolore, ma dall'altra è fortissima la critica rivolta proprio a ciò che questo credere comporta. Una società, a detta di Didier, bigotta, limitata da se stessa e incapace di scalzare un Dio di cui non avrebbe affatto bisogno, se non come salvagente dal terrore appunto; una società che impedisce al pensiero logico, scientifico, di progredire e di imparare a conoscere davvero il mondo, o nel loro specifico caso, la malattia, quindi una cura.

Non si vuole comunque salvare una visione piuttosto che un'altra. Semplicemente si racconta un dato di fatto, quello di come ogni persona sia diversa dall'altra, libera di scegliere e credere e contemporaneamente legata, condizionata da ciò che ha vissuto e imparato. Soprattutto, si racconta di come l'amore elevi lo spirito umano alla felicità più grande, ma anche al dolore, e alla salvezza.