09/10/14

A caccia di alieni con le sfere di Dyson.

Se siamo soli o meno, in questo universo, è una di quelle domande che l'uomo si pone da sempre. La risposta chiaramente non si ha tutt'oggi, e le speculazioni scientifiche, logiche, filosofiche, religiose e chi più ne ha più ne metta, non si sono sicuramente sprecate nel dare una propria opinione. 
Certo è che non di sole pippe mentali possiamo campare. Ed è proprio per questo che, volendo mettere nero su bianco dati certi che si avvicinassero sempre più a una qualche soluzione, la ricerca di vita extraterrestre ha iniziato a muovere passi sempre più sicuri verso quel Qualcun Altro che stiamo cercando.

La corsa allo spazio tra Usa e URSS nel XX secolo è stata di certo la prima concreta scintilla che ha acceso un barlume nel buio del nostro sistema solare. Marte fu il primo e il più gettonato, tra i pianeti presi in considerazione, a venir violato dalla curiosità dell'occhio umano, e questo in virtù degli studi e dei dibattiti che tra la fine del '800 e l'inizio del '900 infervorarono il mondo scientifico e non. 
Importanti in questo senso furono gli studi di Giovanni Schiaparelli, le cui pubblicazioni, a partire dal 1893, portarono a conoscenza di alcuni canali presenti sulla superficie del pianeta rosso.  Erano state infatti osservate delle linee rette lunghe migliaia di chilometri che lo percorrevano, linee che furono interpretate, ad esempio dal collega Percival Lowell, come segno di un'opera ingegneristica intelligente. 
Si scoprì poi molto più tardi, con l'invio delle prime sonde per il nostro Sistema, che le condizioni adatte alla vita sono esclusiva del bel pianeta azzurro in cui noi stiamo qui a gingillarci, e che la loro origine era tutt'altro che artificiale. 
Più complesso e ambizioso fu allora la ricerca di forme di vita intelligente al di fuori del nostro sistema solare facendo uso di onde radio, pensando sia all'invio di messaggi tanto quanto alla loro ricezione. Non si può non citare quindi l'astronomo e astrofisico Frank Drake, la cui celebre equazione, pur comportando parecchie semplificazioni e diversi gradi di approssimazione, è utilizzata per stimare la quantità di possibili forme di vita aliene intelligenti in grado di comunicare con la nostra galassia. 
Il progetto SETI, proposto da Drake nel '60 fu la messa in pratica di queste nuove tecniche e portò non pochi risultati, anche (e soprattutto) nella comprensione del funzionamento del cosmo. Un paio di passi importanti? Nel '74 fu inviato dal radiotelescopio di Arecibo un messaggio contenente informazioni sulla nostra civiltà verso l'ammasso globulare M13, mentre è del '77 la ricezione del celebre Segnale Wow!, che si ritenne non provenire né dalla Terra né dal nostro stesso Sistema Solare.

Degli ultimissimi anni è invece la teoria di ricerca tramite rilevazione di metano, ad opera di un gruppo di ricerca della University College di Londra e dell'Università del Nuovo Galles del Sud, e l'ancor più affascinante metodo tramite sfere di Dyson. E' certamente un preambolo lunghissimo quello che ho fatto, ma è proprio di quest'ultimo che vi vorrei parlare.

Anzitutto è bene fare una piccola digressione per capire l'idea base di questo particolare sistema di ricerca e soprattutto per comprenderne il contesto. Partiamo quindi dalla Scala di Kardasev.
Ideata dall'astronomo russo Nikolaj Kardasev essa non è altro che un metodo di classificazione dello sviluppo tecnologico delle civiltà, ed è presa in considerazione dallo stesso SETI durante le sue ricerche.
Il funzionamento è molto semplice. Una civiltà di Tipo 0 è una come quella umana. Siamo ultimi in classifica, olè. Salendo al Tipo 1 si incontrano civiltà capaci di utilizzare tutta l'energia disponibile sul proprio pianeta. Al Tipo 2 ci sono quelle capaci di sfruttare quella della stella del proprio sistema solare, al Tipo 3 si arriva a imbrigliare tutta quella disponibile nella propria galassia, e via così...
Chiedendosi quindi come trovare una civiltà di Tipo 2 la domanda è: ma come diavolo dovrebbero fare questi alieni per poter prendersi l'energia di una stella?!

Qui entra in gioco la nostra sfera magica.
Nel 1959 l'astronomo Freeman Dyson teorizzò che civiltà molto avanzate, come quelle di Tipo 2, potessero imbrigliare l'energia prodotta dal proprio astro mediante delle mega strutture a forma sferica, non per forza continue, anzi, che circondassero la stella stessa. Un sistema quindi a guscio costituito da satelliti in orbita, connettori solari, habitat (vele solari e recettori) o altre micro componenti a noi ignote, che orbiterebbero a una certa distanza dalla stella. Una volta rinchiusa si potrebbero così intercettare tutte le lunghezze d'onda del visibile per mandarle verso l'interno a una stazione ricevente, lasciando passare all'esterno solo la radiazione non utilizzata sotto forma di infrarossa.
Certo non si contano i problemi e le contraddizioni nell'ideare, progettare e mettere in pratica un simile lavoro. Volendo ad esempio costruire un guscio di spessore di almeno 3 metri per il nostro Sole a distanza 1UA (distanza Terra Sole), servirebbe saper padroneggiare i processi di fusione nucleare per poter sfruttare l'abbondanza di elio e idrogeno presenti nel nostro Sistema, di modo da renderli elementi più pesanti e quindi adatti all'opera. Stessi processi mediante cui le stelle producono energia. Avendone padronanza quindi a che scopo creare una sfera di Dyson?
Superando il paradosso si può allora guardare allo sfruttamento dei pianeti vicini ricavandone gli elementi necessari dai nuclei pesanti, nonché alla fascia asteroidale presente tra Giove e Marte. Un'impresa, anche questa, non di certo facile.

Ma come si lega quindi la sfera di Dyson con la ricerca di vite intelligenti?
Ebbene, presupponendo che eventuali extraterrestri più intelligenti di noi al momento non vogliano farsi avanti, e che scovarli oltre la nostra galassia è una mossa che implica enormi problemi di comunicazione viste le distanze e il conseguente problema tempo, si è pensato di limitare lo sguardo alla nostra Via Lattea cercando tracce di queste strutture. L'idea è quindi quella di individuare grosse fonti di radiazioni infrarosse, le stesse che le strutture di Dyson non catturano, tramite l'osservazione del cielo in luce infrarossa. E' del '83 allora il lancio dell'IRAS (Infrared Astronimical Satellite) il primo osservatorio spaziale di questo tipo, che in collaborazione col progetto SETI analizzava e studiava i dati raccolti. Al giorno d'oggi si è quindi arrivati ad ottenere che su un analisi di 250mila sorgenti infrarosse, come afferma lo scienziato Richard Carrigan  del Fermilab, 17 potrebbero rivelare la presenza di una sfera di Dyson, e quindi dei suoi costruttori.

Un lavoro insomma che è ancora agli inizi, che momentaneamente non porta sicuramente a certezze assolute, ma che vuole dare un'ulteriore spinta, nonché un approccio più attivo, alla ricerca di qualcuno di intelligente, sicuramente più di noi, in questo enorme e magnifico cielo stellato. Un cielo infinito e pieno di sorprese che non finisce mai di stupire, e che probabilmente (si spera) non è esclusiva assoluta di noi esseri umani.
Termino dicendo che questo voleva essere un'articolo della categoria #TutoridellaScienza, creata dal blogger Gianluca Santini. Il problema è che c'ho messo un secolo a pubblicarlo, e nel mentre lui non gestisce più il sito. Se volete però trovate ancora tutti gli interessanti articoli che lo riguardano QUI, che il blog è comunque ancora accessibile.