25/07/14

Open Minded | Diventare grandi (di Nadia Ferrazzo)

Benvenuti a un nuovo articolo di #OpenMinded. Quest'oggi è mia ospita una simpatica donzella anch'essa blogger e pure fotografa. Date il benvenuto a Nadia Ferrazzo e... aprite la vostra mente!

PROLOGO: “no no, ma a me quello non piace mica. E’ brutto. No no, non mi piace”.
EPILOGO: convivenza, ad oggi, da ormai un anno e mezzo.

Tra il prologo e l’epilogo sono, ovviamente, successe un mare di cose. Ma partiamo dal principio.
Io ed Ale ci siamo conosciuti, o meglio intravisti, ad un suo concerto a gennaio 2011. Incontro che ho rimosso perché mi stava altamente sulle palle, per dirla con un francesismo. Verso la fine dello stesso anno, ci siamo rincontrati in un pub. Lui è venuto a sedersi al tavolo dove ero con le mie amiche. Da lì la mia frase “non mi piace mica”, semplicemente atta a mantenere quell’orgoglio dovuto al primo incontro, in cui pensai “ma uno così mica mi può piacere, maddai”. E invece, intuirete dal prologo com’è andata a finire.
Il fatto è che io non ho avuto dei “buoni esempi” dalle mie amiche. V., è andata a convivere con il suo fidanzato qualche mese prima del mio fatidico incontro al pub ed ora è in dolce attesa e S. … Beh S. pochi giorni dopo che ho cominciato ad uscire con Ale ci ha annunciato che saremmo diventati zii in 9 mesi e si è poi sposata a settembre 2012. Quindi siamo a quota due bambini, una convivenza ed un matrimonio.
Ad aggravare le cose, si aggiunge il fatto che lui, quello che non mi sarebbe mai piaciuto, all’epoca della proposta aveva “già” 27 anni e quindi con l’orologio biologico (o almeno una parte) che batteva il ditino sul quadrante a dire “ci muoviamo o cosa?”.
Così, dopo neanche un anno di litigate un giorno si e l’altro pure, di giorni passati a guardarlo mentre lava l’ambulanza (era un soccorritore del 118, quelli che in Ammmerica chiamano paramedici), di orari impossibili siamo arrivati ad una conclusione: dobbiamo andare a vivere insieme.

Mi sono ritrovata quindi, a 21 anni appena compiuti a mettere tutte le mie cose in una valigia (sostanzialmente solo libri, vestiti e scarpe, non dimentichiamo le scarpe), a fare ciao ciao con la manina a mamma e papà ed a trasferirmi a casa di Ale.
Non nego che papà abbia cercato più volte di persuadermi. Anzi, credo che per il primo mese di convivenza mi abbia tenuto i musi. Non voleva neanche portarmi il corredo da letto che la nonna calabrese aveva provveduto a costruirmi da quando probabilmente ero ancora solo un’idea nella mente dei miei genitori. Santa nonna calabrese, e dire che le reputavo inutili tutte quelle lenzuola.
La situazione era cominciata nel migliore dei modi: tutti e due lavoriamo, tutti e due lavoriamo a tempo indeterminato e tempo pieno, i suoi genitori hanno una casa che teoricamente è in vendita ma praticamente se vogliamo provare questa benedetta convivenza possiamo stare li.
Dico “era”, perché a neanche un mese dall’inizio di questa avventura la doccia fredda: il suo licenziamento per esubero di personale. In ambulanza. Cioè, voglio dire, gente che si fa male o che muore in teoria non manca mai… Ma pare che con la crisi anche i morti si siano ridotti.

Ci ritroviamo catapultati quindi in un baratro di oblio e disperazione, in cui i pantaloni in casa tocca portarli a me dato che sono l’unica rimasta con un lavoro. Fortuna che sia i miei genitori che i suoi ci danno una mano quando possono. Ad esempio con un sacco di provviste direttamente dall’orto.
Nonostante questo incidente di percorso, la vita procede tranquilla a casa, tranne per alcuni episodi: succede spesso che sia io che lui scambiamo magliette o felpe piegate sui mobili per gatti. Io un giorno ho addirittura visto passare un gatto inesistente in sala. Giungiamo alla conclusione che si, abbiamo bisogno di un gatto. E il 31 maggio 2013 arriva Titta, una gattina tricolore che ci farà impazzire ma anche innamorare.
Ad oggi, la situazione è sostanzialmente la stessa, io faccio l’uomo di casa e Ale si occupa di cucinare e nutrire l’animaletto. L’animaletto però, Titta, è in una fase definibile come quella adolescenziale umana: sta sempre fuori, quando arriva a casa urla, cerca da mangiare e se ne va, ricominciando il circolo vizioso all’infinito.

E voi vi chiederete ora: ma a 21 anni, per quale motivo sei andata a convivere?
Me l’hanno chiesto un po’ tutti, in realtà. La risposta è la più banale, l’ammmore. E una cosa che non ho mai detto a nessuno, è che io già dopo un mese sarei andata a vivere con lui se solo me l’avesse chiesto. Per farvi capire il mio livello, vi racconterò un aneddoto interessante che probabilmente non ho ancora raccontato a nessuno: a luglio 2012, facciamo il nostro primo viaggio insieme in Scozia. Mentre siamo in camera a riposarci, decido di rimettere a posto la sua valigia che sembrava fosse magicamente esplosa. Dunque, mentre sono li che tento di rimettere a posto magliette e pantaloni trovo una scatolina rossa. Una scatolina come quella degli anelli. E ovviamente, comincio a pensare alla velocità della luce cose come “ommioddio ommioddio non dirmi che è un anello per me aaaaa è un anellooooo e se mi chiede di sposarlo??? aaaaa un anello”. Combattuta sul da farsi, controllo che la porta del bagno sia ancora chiusa e decido di aprire la scatolina rossa. Conteneva solo un pulsiossimetro. Un aggeggio che si usa in ambulanza per misurare, dicendolo in parole spicciole, quanto ossigeno ci sia nel sangue. Non avete idea di quanto ci sia rimasta male.

Quindi, ora capirete che questa convivenza l’ho aspettata come si aspetta la pioggia nel deserto, e quando finalmente si è deciso a momenti mi scappava un “ooooh era ora che me lo chiedessi!”.

Non nego che ci siano stati momenti in cui l’ho pensato anche io, per quale motivo sia andata a convivere a 21 anni. Tipo quando torno a casa e vedo che c’è da ritirare la roba stesa. Lì vorrei fortissimamente la mamma. Ma mi faccio forza e mi metto a piegare le mie maglie ed i suoi milioni di calzini (ha due piedi ma consuma una quantità industriale di calze e dopo 18 mesi ancora non riesco a spiegarmi come faccia). Oppure quando torno a casa e trovo il letto ancora disfatto. Se c’è una cosa che odio profondamente è il letto disfatto. Una sera mi sono messa ad urlare dal piano di sopra dove ero io, a quello di sotto dove era lui “lo sai che odio il letto disfatto ora torni su e mi aiuti a farlo sali su ora muoviti!!!”. Quando è arrivato su mi ha dato della psicopatica. Al che mi ha chiesto “perché devo rifare il letto? Tanto tra poco torno a dormirci”. La mia risposta, lo ha lasciato di stucco: “e allora quando caghi non pulirti il culo, tanto poi lo fai di nuovo”. 1000 punti a Serpeverde.
Ad oggi per quanto riguarda lavoro e tutti gli annessi e connessi (non poter andare da Ikea a comprare cose bellissime perché siamo appunto poveri) siamo ancora abbastanza disastrati, sostanzialmente non è cambiato quasi nulla ma ci stiamo organizzando. Ora sto cercando di convincerlo a prendere un nuovo micino, ma questa volta voglio un maschio perché così vorrà bene solo a me (Titta adora Ale e sta con me solo se proprio non c’è scelta, sono l’ultima ruota del carro per lei).