20/06/14

Open Minded | Mal d'Africa (di Federica Zeppetelli)

Benvenuti, cari lettori, al primo articolo di #OpenMinded, la rubrica che vi apre il cervello! In questo appuntamento l'ospite che si è offerta di aprire le danze è... l'infermierina Federica Zappetelli!
Come vi anticipavo ogni articolo qui presente avrà forma e struttura diversa a seconda delle esigenze di chi si racconta. Qui si è optato per un'intervista faccia a faccia, in cui si parla di lei, del suo lavoro e del mal d'Africa davanti a un paio di bicchieri di prosecco.

Davide:
Ciao Federica, spero ti vada tutto bene, anche se non comprendo perché schifi lo spritz. Allora, parlaci un po' di te, presentati ai nostri lettori e capiamo un po' chi sei.

Federica:
E' che l'aperol mi è andato un po' in disgrazia, o il campari insomma, ma non proprio quello, sai, quello del Prix per intenderci. E' stato alla festa di laurea, mi avevano rifilato questo bibitone osceno e... ecco. 
Mi presento! Ma devo essere precisa?

Davide:
Certo, ci teniamo alla precisione!

Federica:
Allora sono nata il 27 maggio del '90, mi sono laureata il 19 novembre 2013... alle 10.30 più o meno, scusa se non sono precisissima, e sono dottoressa in infermieristica, e sto cercando lavoro.

Davide:
Molto bene. Sì insomma, si fa per dire. A quanto ho potuto notare dal tuo profilo faccialibro sei stata in Africa dopo la laurea. Questa in effetti è la parte che m'interessa parecchio mostrare in quest'intervista. Come ti è venuta l'idea? Cosa ti ha spinto?

Federica:
Tutto è partito dal fratello di una mia compagna di corso, amica che chiameremo V. Il fratello di V era stato in missione in Africa per 40 giorni e, una volta tornato, durante una cena organizzata coi suoi compagni d'avventura a casa sua, ha presentato il prete missionario alla sorella. Questo le ha proposto di venire in Tanzania, che di infermieri ce n'è sempre bisogno.


Davide:
E tu come c'entri in tutto questo?

Federica:
Praticamente l'amica ha postato su facebook un invito a chiunque volesse unirsi a lei, e io ho rischiato bene, cioè prima di laurearmi, ovvero ancora prima di superare l'esame di stato (21 ottobre 2013 per fare i precisi) ho preso il biglietto aereo (così da non spendere un patrimonio) e ho messo in conto di partire per gennaio. Fortunatamente ho passato l'esame, mi sono laureata, e via con altre 3 ragazze!

Davide:
E l'hai deciso così su due piedi quindi? Non hai mai pensato ''cosa sto facendo?'', ''dove sto andando?'' o robe simili? E i tuoi che hanno detto?

Federica:
L'ho detto a mia madre mentre era sul divano. Una cosa tipo ''Ma, ho deciso che vado in Africa dopo la laurea.''. Il papà mi ha guardato un attimo peggio, ma infine tutto ok. Mi son fatta delle domande il giorno prima di partire. Ma a cosa pensavo mentre ho detto sì? Ero drogata? Ero ubriaca? Che cazzo ho fatto? In una parola: panico! Poi però son partita e mi sono fatta 13 ore di viaggio.

Davide:
Esticazzi! Bel coraggio! E prima di partire ti sei preparata in qualche modo?

Federica:
Assolutamente sì. Intanto mi sono strafatta di vaccini contro meningite, febbre gialla, epatite A che prendi con acqua e cibo, ed epatite B. Poi ho preso 3 pastiglie a giorni alterni per la malaria, il cui nome specifico è... mmm aspetta che non mi viene... no ok non credo t'importi, insomma la si prende con le zanzare quella, e ecco. Per la malaria comunque mi sono impasticcata fino a un mese dopo il ritorno in Italia. Una cosa bruttissima, mi facevano una nausea pazzesca e allucinazioni tanto che pensavo ''Per l'amor di Dio che sia tutto un sogno?''. C'erano anche le pastiglie con meno effetti collaterali ma costavano l'ira di Dio e quindi ho detto ''ma un cavolo!''.
Davide:
E quindi sei partita super imbottita verso l'ignoto.

Federica:
Ignoto... diciamo che appena scesa dall'aereo, a Dar es salaam, ho pensato ''Cavolo siamo a Jesolo?''. C'erano le pinete, faceva caldo, un sacco di gente. Era proprio Jesolo! Una città turistica insomma, e ad accoglierci c'era il prete, quello che conosceva il fratello di V. Eravamo sempre con lui, per quasi tutto il mese di Africa.

Davide:
E una volta lì che avete fatto? Che ora era? Dove vi hanno portato? Scusami se sparo una domanda dietro l'altra.

Federica:
Il prete c'ha portato in procura a sistemare le nostre cose, e lì siamo state per un paio di giorni. Il primo giorno abbiamo visto il mare e il mercato del pesce, il secondo siamo andate in un isola lì vicino, Mbudya, e c'era un mare che guarda, pazzesco, e abbiamo preso il sole (io ustionata perché essendo scuretta pensavo di resistere senza crema). Abbiamo mangiato in una specie di bar/ristorante se così possiamo chiamarlo. Ordinavi e il cuoco ti andava a pescare il pesce e poi subito alla griglia. Cristo non ho mai mangiato niente di più buono. Stasera ho cenato col pesce e mi è proprio venuto in mente quello mangiato lì. 

Davide:
Tipo ''Pà ma che è stammerda, riprenditela un po' che io ho mangiato il pesce meglio!''

Federica:
Esatto, ''Tirami via sta cosa indegna!''.

Davide:
Dopo questi due giorni a Dar es salaam insomma, dove siete andati?

Federica:
Siamo partite per Dodoma dove abbiamo visitato un orfanotrofio dove abbiamo deciso di fare una prima donazione, per comprargli l'occorrente per la scuola e dello zucchero. Abbiamo passato una notte a Dodoma in un motel di preti, mai pregà tanto così in vita! Prima e dopo ogni pasto!!! Il giorno dopo, alla mattina, abbiamo visitato "The village of hope", un orfanotrofio in cui vi sono bambini e ragazzi malati di AIDS. Al pomeriggio siamo state in piscina, ahahah che pacchia!! Il giorno seguente siamo partite per Itigi, sempre col prete che guidava, dove c'è il più grande ospedale della zona, in cui è da poco sorto il nuovo reparto di pediatria grazie alle fondazioni italiane, infatti ci lavorano infermieri italiani che fanno parte dell'Associazione San Bambin Gesù di Roma.

Davide:
Aspetta... donazioni in che senso?

Federica:
Sì ecco, mi sono dimenticata una parte importante, scusa. Prima di partire avevamo sparso la voce che saremmo andate in Africa, e abbiamo chiesto a chi avesse voluto, di donare qualcosa che poi sarebbe andato totalmente in aiuto in quelle zone. Siamo riuscite a raccogliere intorno ai 600 euro, e alcuni di quelli li abbiamo spesi in quell'orfanotrofio.
Lì comunque ci hanno fatto girare l'ospedale e c'hanno mostrato un po' la situazione. Era sì la più grande struttura della zona ma niente di paragonabile alle nostre. Però bello! Con il prato e le manguste, oh siii! Le manguste, ci disse il fratello di V, ad Itigi troverete un sacco di manguste..a milioni addirittura disse..... neanche una!!! 


Davide:
Poi che è successo? Avuto qualche strana esperienza? Momenti difficili? Visto niente di particoarlmente insolito, roba che qui mai ti aspetteresti di trovare?


Federica:
Scarafaggi enormi, bestie gigantesche veramente. Nella stanza del motel a Dodoma in cui stavamo momentaneamente c'era l'invasione. Dio che schifo. Per ammazzarne uno abbiamo finito l'intero barattolo di spray insetticida. Infilavamo le zanzariere fin sotto al materasso per dormire, con l'ansia che qualcosa ci entrasse nel letto. E anche i corvi ho visto. Importanti questi. Cagavano senza ritegno, ti cecchinavano dall'alto, dovevi fare le piste per schivarli. Questi soprattutto nella prima città comunque, poi più visti. In compenso abbiamo sentito le iene quella notte. Sembravano bambini che piangevano, un verso inquietantissimo.
Un momento difficile è stato quando ho avuto un attacco di dissenteria ad Itigi e il prete chiacchierava e non mi dava le chiavi del bagno. Non sapevo se ridere o piangere, anche perchè c'era un'altra compagna che stava male. Sono stata malissimo ed è stato il momento in cui avrei voluto tornare a casa. Sei sola, distante millemila ore di aereo da casa, e... non bello.


Davide:
Mamma mia che situazione, non dev'essere una bella sensazione. Ma quest'Africa vera (e piuttosto stereotipata a cui penso) poi, non l'hai vista? Io immaginavo villaggi di paglia e cose così.

Federica:
Certo che sì. Dopo Itigi abbiamo fatto un giorno di macchina e siamo arrivate finalmente al villaggio di Malongwe, e vivevano in capanne di paglia. Noi avevamo la nostra casetta in mattoni, uno stanzone diciamo, poi i preti avevano la loro. Di fianco alla nostra umile dimora c'era il dispensario, in cui si curava la gente. Eravamo noi 4 infermiere, più 4 infermiere africane, un medico africano, e una biologa il cui ruolo non mi era ben chiaro.

Davide:
Ohh benvenuti in Africa! Lì immagino si sia fatta più duretta la vita, no? Avevate le comodità che abbiamo qui o no?

Federica:
Abbiamo scoperto con orrore che mancava la corrente, e quindi non c'era luce ed internet (l'unico contatto con la civiltà), anche se poi l'abbiamo recuperato con la chiavetta dei preti e per un oretta a sera riuscivamo a connetterci, e abbiamo furbamente spaccato una finestra (io questa) e il tubo della doccia il primo giorno. Quindi docce (d'acqua gelida ovviamente) che ti pioveva giù e ti rompeva la testa, o meglio trapanava il cranio.

Davide:
Non una gran bella situazione. E il cibo com'era?

Federica:

Abbiamo mangiato un sacco di riso, di fagioli e di patate, poi c'era questa specie di pollo lessato in una brodaglia tutto intero che... no no, che schifo! Aspetta, l'ultimo sabato ci hanno fatto una festa in nostro onore, hanno sgozzato una capretta per noi, Cristo pietà, ci hanno fatto bere la zuppa di sangue, mai mangiato nulla di più orrendo... e non potevi rifiutare, si offendevano! Perchè loro l'avevano uccisa per noi, per dimostrarci la loro gratitudine! Poveri ci adoravano. C'era il cuoco dei preti ( là i preti stanno bene ) che ci viziava, ci faceva sempre le verdure cotte, ci tagliava il mango e ci faceva tutte le mattine il pane, si alzava alle 5 per farlo! Poi alla mattina avevamo da bere solo acqua calda o zenzero, e a me lo zenzero fa schifo, quindi acqua calda perchè il thè era finito. Il miele oooh che bontà... mi ingozzavo di miele e mango! Alla domenica dopo la messa andavamo a mangiare nei vari villagi, era da panico, mangiavi i riso e in mezzo trovavi sassi o altre brutte robe, però nonostante fossero poveri a noi compravano sempre la coca o la birra, non mangiavano loro per dare a noi!

Davide:
Sì ma... mi fai la schizzinosa sul cibo in Africa, Zeppetelli?

Federica:
Oh, era... no no, non riuscivo. Poi come dicevo si beveva acqua in bottiglia o cocacola, fanta e birra a manetta. Perché l'acqua lì non è sicura chiaramente. Anche quando ci offrivano verdura cruda dovevamo rifiutare perché non si sa mai. Se ti prendi l'epatite non è il massimo, sai com'è.

Davide:
E le giornate come le passavate? Il vostro lavoro da infermiere? Qualche momento forte?

Federica:
Le giornate in realtà erano un po' noiose. Non c'era troppo da fare perché il villaggio era piccolo ed eravamo infine 6 infermiere, noi 4 e due africane. Veniva gente da altre parti comunque a farsi curare. Sapevano che in questo villaggio c'erano i medici e quindi chi era in difficoltà capitava lì.  Ricordo c'era una puzza tremenda, in sala parto soprattutto, che lì si lava tutto con acqua (sporca) e basta, non hanno molto altro. E... abbiamo assistito a tre parti, a lume di candela, e per la maggior parte comunque fatto un sacco di punture e vaccini, anche girando per altri villaggi lì vicino assieme al prete che andava a predicare la messa.
La sera del primo parto comunque ricordo è venuto a bussarci alla porta il prete dicendo che questa donna doveva partorire. All'iniziale spavento per il pensiero che c'avesse sgamate perché avevamo rotto la finestra è seguita l'ansia vera e più forte di una che sta per partorire. Il medico tra l'altro non era con noi, c'ha lasciate così, senza venire ad aiutarci, e quindi puoi immaginarti. Lei urlava, niente epidurale e anestesie varie perché non c'era possibilità, e tirava gomitate alle infermiere e compagnia bella. Poi il bimbo nato c'ha messo un secolo a piangere, perché uscito col cordone attorno al collo. E' stato brutto, pensavo fosse morto. Tra l'altro le partorienti non sono mai accompagnate dal marito, ma sempre dalla mamma o da una sorella. Infine però ce l'ha fatta. Bello, un'emozione bellissima, una nuova vita!!! Il primo fu un maschietto, mtoto... vuol dire bambino in swahili.

Davide:
Santo cielo! Una bella botta d'adrenalina. Sicuro ti resterà impresso questo episodio. Ma... la gente lì com'è? Come carattere intendo, come modo di concepire la vita.

Federica:
Sono sorridenti, molto più semplici. Non hanno niente e nonostante ciò sono felici. Mi ha colpito poi il fatto che davanti alla morte sono molto più tranquilli di noi. Ricordo un giorno è arrivato questo bambino morente, aveva la malaria. Magrissimo, mollo, era veramente a un passo dalla morte, e i genitori nonostante questo erano tranquilli. Anche in quel caso abbiamo fatto una donazione per pagargli la benzina per portarlo in ospedale, perché noi non avevamo i mezzi per prenderci cura di lui. Non so che sorte abbia avuto, ma abbiamo fatto quel che potevamo.
Un altro episodio simile, scusa se salto così da una cosa all'altra ma mi vengono in mente mentre le dico, è stato quando un'infermiera, non riuscendo a prendere la vena della bambina sul braccio, le ha incanulato una vena direttamente in testa, e la madre di lei non una piega. Succedesse qui, io stessa entrerei da mia figlia e prenderei a sberle l'infermiera.

Davide:
Direi un modo di fare totalmente opposto a quello a cui noi siamo abituati. Ora cambiamo registro. La bellezza in Africa? Cosa ti ha colpito positivamente?

Federica:
I bambini, li adoravo. Il pomeriggio stavamo con loro, e quando vedevano la macchinetta fotografica... milioni di foto, di video, e poi chiaramente volevano vedere tutto perché in quello stava il divertimento. Erano fantastici, c'era un bambino in particolare, Pius, fu amore a prima vista. Giuro l'avrei messo in valigia e portato a casa con me, era l'amore mio. Ahahah e poi c'era il guardiano del villaggio, questo tipo col fucile che gironzolava allegramente, che s'era innamorato di me... fantastico... e le altre infermiere con rispettivi mariti con cui abbiamo legato molto. Sono tutti meravigliosi, ci lasci il cuore!
Siamo anche state in discoteca con loro. Mai da sole, chiaro, ci scortavano sempre.


Davide:
Sia mai che ci provino con voi, no? Sole solette isolate dal mondo...

Federica:
Esatto, anche se in verità in discoteca loro non ci vanno per provarci, come succede qui. Ci vanno per ballare, giustamente. Non immaginarti un posto chic però, era una specie di baracca semi all'aperto coperta da quattro travi, e si ballava. Ricordo la seconda volta, non mi sentivo molto bene, e questo tipo viene da me, mi prende, e mi butta in mezzo alla pista per ballare e in due nano secondi sono circondata da questi africani che ballano e l'infermiera mia amica altrettanto velocemente mi fa ''Ti salvo ioo!!''. Ahah non ho nemmeno avuto il tempo di capire cosa stesse accadendo.

Davide:
La natura invece? Non ne sei rimasta affascinata?

Federica:
''Oh guarda che bell'albero!'' era la frase che dicevo sempre. Fotografavo alberi come non ci fosse un domani. Essendo stata durante la stagione delle piogge comunque era tutto estremamente verde. C'erano acquazzoni improvvisi con gocce grosse come pugni, poi però passavano abbastanza in fretta. Solo due giorni ha piovuto costantemente.
Natura, comunque. Abbiamo fatto due safari gli ultimi giorni, ci siamo fermati da alcune suore per due giorni. Il primo giorno di safari siamo andati al parco nazionale di Serengeti, eravamo nella savana. Cristo ci si doveva alzare alle 4 di mattina!! Ho visto giraffe, leoni, ghepardi, tutto stupendo. Posti meravigliosi!! Al secondo invece siamo stati nel cratere del Ngorongoro, che è una riserva naturale in una caldera di un vulcano, in cui vivono anche i masai. Mi è rimasto impresso di quando questo bambino masai mi salutava e io l'ho fotografato. S'è incazzato come una bestia. Poi mi hanno spiegato che loro credono che in questo modo gli venga rubata l'anima.

Davide:
Meglio fotografare gli alberi quindi, almeno loro non se la prendono. Oddio che battuta pessima...

Federica:
No beh è vero. Molte altre persone in effetti non volevano assolutamente farsi fotografare. 
Comunque sia, riprendendo il viaggio verso Dar es salaam, abbiamo visto il Kilimangiaro, anche se solo in lontananza, e ci siamo fermati ad Arusha da delle suore. Ripartite all'alba abbiamo poi raggiunto destinazione, sempre alloggiando nel dai preti a Dar es salaam. Siamo state al mercato dell'ebano per ben tre mattine consecutive, al pomeriggio al mare a prendere il sole (e le alghe). 
Gli ultimi giorni abbiamo conosciuto degli italiani ( finalmente gente che parla come noi, ahahah no dai il prete parlava molto bene italiano), tra cui Gabriele, detto Gabri, un ragazzo fiorentino laureato in agraria che vive ad Itigi da 5 anni. L'ultima sera in Tanzania siamo usciti con loro a cena in un ristorante italiano e mangiato frittura, ma Cristo non ero abituata a sta botta de grassi e sono stata malissimo il giorno dopo, un mal di stomaco allucinante, tant'è che alla domenica ho mangiato solo mango, buono quello! Alla sera dopo aver fatto le valigie e fumato due sigarette grazie a Gabri, abbiamo preso l'aereo alle 3.45 (precisione!) e siamo giunte in Italia alle 14 del lunedì ovviamente.

Davide:
Anche gli ultimi giorni sono stati molto intensi insomma. Per avviarci alla conclusione, carisssima Federica, mi pare il caso di tornare al Mal d'Africa di cui si parlava. Cos'è, da dove viene e come si può farlo passare (sempre che passi)?

Federica:
Bè il Mal d'Africa non passa mai, almeno a mio parere, è una sensazione che ti prende da dentro e una volta che fai il tuo ritorno alla civiltà, nonostante tutte le comodità che ti offre, ti senti vuoto, come se ti mancasse qualcosa o come se quella maledetta Africa si fosse presa un piccolo pezzo di te! Il Mal d'Africa è il miglior male al mondo, è una malattia dell'anima e del cuore da cui non puoi guarire! 
Io i primi giorni, anche il giorno stesso del ritorno, non riuscivo a darmi pace, volevo tornarci subito... è che poi, cosa vuoi, passano i mesi e tutto torna come prima, hai gli amici, la famiglia che ti aspetta ed è un attimo riabituarsi nuovamente... solo che quel vuoto lo senti sempre!! Consiglio a tutti, se hanno la possibilità, di fare un salto in quel paradiso.