20/02/13

Stelle cadenti

Due di quelle enormi bocche rumorose mi stanno poco sotto i piedi. Masticano le grandi foglie verdi che al sapore, e io le ho assaggiate, sono disgustosamente amare. Mi piace starmene quassù, più in alto persino di questi giovani mostri dal collo allungato, che mi osservano per una volta dal basso. Si vedono bene le stelle e il mare, e le ultime sfumature viola e arancioni che il sole si lascia dietro affogando nell'acqua. Sono sola, e mi piace. Arriva il buio.
Quando scende la notte la seconda squadra inizia il lavoro, la prima invece torna a riposare. Ci vogliono gli occhi speciali per osservare nelle tenebre, e i giganti che dormono sono interessanti a vedersi così, perché ci si può meglio entrare per sbirciargli nei sogni. Mamma e gli altri lo dicono sempre Quel che noi siamo sta tutto lì, nelle pulsioni primordiali, nell'istinto puro che queste feroci bestie custodiscono nel dentro, ma io non sono poi tanto sicura del senso delle loro parole, non le intendo ancora. 

Le stelle mi piacciono, mi ricordano che presto le vedrò più da vicino, che siamo prossimi alla partenza, la mia prima. Io che ancora sono giovane queste meravigliose luci infuocate non le ho mai colte in tutta la loro bellezza.
Mi perdo con lo sguardo e i pensieri, poi noto qualcosa di strano, di nuovo. Una scia rossa, e poi due, e altre quattro che si alzano da terra, lontane, puntando dritte oltre la luna pallida. Mai viste stelle cadenti comportarsi così, andare al contrario.
Mamma crede che noi Uwak, e solo noi, non i signori Bariiah, proveniamo da queste creature: squamosi pachidermi corazzati, violenti alcuni, pacifici altri. Ha visto i loro sogni, li ha studiati, e ne è convinta. Ma io sono ancora piccola e non mi è dato di sapere troppo, né di capire. Forse chissà, ha ragione lei. D'altro canto le code pesate, i tri-cornuti e i nuotatori del fiume hanno gli stessi nostri colori, la pelle grigio scura, le nostre rughe. Ma che vuol dire poi, che eravamo così?
Quando le ho detto delle stelle cadenti della notte scorsa non mi ha creduto, e si è arrabbiata.

Queste piccole lucertole verdi amano mangiare i miei rios. Ogni tanto li faccio felici lanciandogliene qualcuno, ma poi mi stufo, perché piacciono di più a me, i rios, li voglio tutti per me. Ritraggo la mano infastidita e loro fuggono. Cos'è, li ho spaventati?
No, non posso essere stata io, ora ho capito. E' quella stella, penso. Non mi piace, la sento strana. Forse è perché è giorno. Quando mai si è vista una stella risplendere così fortemente nel mezzo del giorno, e competere col sole?
Mi incammino verso casa che le nuvole sembrano i petali dei fiori del fuoco. Fuori dalle cupole vedo scie viola sui muri, sui fili d'erba, sulle foglie secche. No, no... è pieno di morti. Sono tutti morti. Ho paura.
Io non avevo mai visto quelli come noi, morti. Non sapevo fossimo come le bestie giganti, o come i signori Bariiah. Che ci spegnessimo come fanno loro, che smarrissimo la vita. 
Ora... come riaccendo mia madre?
I suoi occhi sono bianchi, non mi vedono. Il suo braccio fine penzola dalla finestra, il corpo liscio è abbandonato sul bordo, circondato da molti altri. ''Mamma!'' le dico scuotendola, ''Mamma accenditi, mamma!'' sto urlando. Ma lei non si muove, non si riattiva. E' come le creature una volta abbattute, solo nessuno si prenderà la sua carne, nessuno la taglierà e la studierà. E se anche venisse io non glielo lascerò fare. Ma tanto, mi accorgo, non c'è più nessuno tra gli Uwak. E i signori Bariaah, dove sono? Sarà successo qualcosa a loro?
Lei mi aveva spiegato che noi non siamo uguali. Una volta, diceva, eravamo in guerra noi e i signori, e abitavamo in mondi diversi, lontani da questo. Quando venne infine la Grande Pace, i tempi gloriosi che ne seguirono furono prosperi come non mai per la nostra gente e la loro, e non c'erano limiti oltre le stelle a cui non potevamo aspirare. Un giorno però, i signori Bariaah scoprirono nel cielo infinito un piccolo globo lontano, di un blu così brillante che nemmeno la più preziosa tra le pietre della nostra regina poteva eguagliare. E in quel piccolo mondo, in cui io sono nata, vi erano i nostri antenati, di noi Uwak tutti, vivi e vegeti, e con le più grandi risposte alle nostre più intime e profonde domande. Venimmo qui, li studiammo assieme ai signori Bariaah, così da scoprirle quelle risposte, uniti sotto la stessa saggia guida, per la conoscenza e la forza, per il bene, per il futuro. 
Risposte che non conosco, che non mi sono state dette. Sono giovane, troppo. 
So però che noi non moriamo, che il nostro fuoco non si estingue, mai. Eppure... i corpi spenti di tutti miei Uwak non si contano, sono sparsi e perduti per terra, con le mie lacrime.

Corro nel sentiero, i rami mi graffiano, gli insetti mi irritano la pelle sudata, ho il fiato corto quando arrivo alla radura, vicino la scogliera. Voglio parlare coi signori Bariaah, voglio avvisarli del pericolo, avvertirli che siamo tutti morti. E mentre il sole si tuffa nuovamente in mare, laggiù alla fine dell'orizzonte, noto soltanto l'altra stella brillante, la stessa che questa mattina mi infastidiva nel cuore. 
Altre due stelle cadenti, di quelle strane, si alzano dal suolo, distanti, lasciandosi dietro una scia rosso fuoco e sparendo oltre le rade nubi di pece, che si stendono al polo nord celeste. 
Mi sento sola. Sono sola. Quelle non sono stelle, ma vanno loro incontro. Stupida io e tutti gli altri a non aver capito prima. Se ne tornano a casa i signori Bariaah, abbandonandomi qui. Se ne tornano con la risposta più ambita ben ficcata tra le loro traslucide orbite nere, nei loro crani sgraziati. La mostreranno ai miei poveri Uwak, lassù, a tutti quelli che non ho mai conosciuto. Anche loro conosceranno la morte...

A un tratto è di nuovo giorno. Questa sì, è una stella che cade. La più grande e bella che abbia mai visto. C'è silenzio. La terra trema. I giganti ruggiscono inquieti. Il mare si avvicina, rapido, terribile. Ora la stella è caduta. Chiudo gli occhi, terrorizzata. 
Penso a mia madre.