15/04/14

La metà del cuore che sta nell'ombra.

Se ne stava da sola in un angolo del bar, a fissare il suo ottavo montenegro tenendo a stento il vomito in pancia. Odiava quel sapore, sapeva quasi di medicina. Là dentro faceva schifo poi, ed era buio, le poche luci riflettevano bene l'unto dei suoi capelli. Era brutta Marta, terribilmente, e il bar, quel bar, era il posto ideale per una donna brutta come lei, una che voleva soltanto star sola.
Ingollò l'ultimo shot, fece fischiare la sedia al pavimento alzandosi per andare a pagare. Il barista, un diavolo illuminato di verde vicino alle spine di birra, stava pulendo il bancone e la guardava con una smorfia, una specie di sorriso disgustato. Questa, almeno, era la figura sfocata che le riusciva di scorgere.
Imboccò la via stretta sotto una pioggia leggera, scendendo e salendo dal marciapiedi coi tacchi che alzavano schizzi. Un cestino in metallo la fermò senza remore e lei vi si avvinghiò per non cadere, nessun pudore, ma ormai era troppo tardi: le calze, all'altezza delle ginocchia, si erano spaccate. Rimase lì un po', ferma, a bagnarsi in compagnia del fetore dell'immondizia. Pensò, amaramente, quasi di somigliarci all'immondizia, le mancava soltanto la puzza. Era tutta una merda quella vita, una vera merda.
Quando decise di rialzarsi e camminare la pioggia era un po' più forte. Costeggiava la riva del fiume zigzagando tra le pozzanghere brune. I tacchi, passo dopo passo, affondavano sempre più nel terreno molliccio, centimetro dopo centimetro, sempre peggio, nella melma. Perse una scarpa. Imprecò. Tentò di infilare il piede lercio ma non riusciva a centrare il buco. Le venne in mente quell'ultimo coglione che l'aveva scopata. Quale coraggio quell'uomo. Ricordò che anche lui non riusciva a centrare il buco, forse troppo ubriaco, forse troppo schifato. Se la rise di gusto Marta, le luci delle auto sul ponte lontano che ogni tanto incrociavano i suoi occhi umidi. Poi raccolse la scarpa da terra, urlò, e la lanciò in acqua. Lo stesso fece con la seconda, affogandola direttamente con un calcio.
Pianse su una panchina rivolta alla corrente, il suo mezzo cuore in mano. Se lo rigirava tra le dita infreddolite, era tiepido quell'inutile affare, e proprio rimuginando sull'inutilità che almeno la riscaldava un po', vide l'ombra rossastra, che avanzava da destra. Era un'ombra alta, slanciata, magra, teneva in una mano un ombrello, anch'esso di ombra, e nell'altra qualcosa di pulsante. Era un uomo, si accorse, uno giovane, e sembrava bello. Sembrava anche cercasse qualcosa. Spedito avanzava ora verso la riva del fiume e poi si bloccava. Tornava quindi sui suoi passi e di nuovo fermo, procedeva verso destra e stop, avanti sempre rapido e poi fermo di nuovo, guardandosi qua e là: fino a quando ecco, vide Marta.
Lei non sapeva che dire, che cosa pensare. L'uomo adesso le stava davanti coprendola col suo ombrello. A vederli da quel ponte, un passante, osservò per un attimo lo strano quadretto: acqua nera che scorreva inferocita da un lato, un pendio erboso che la separava dalla città addormentata nell'altro, e tra i due, loro, sulla riva sterrata, su una panchina, piccoli quanto una mano, i contorni rischiarati da un pulsare rossastro. Il passante tornò alle sue cose, era notte fonda d'altronde, se ne andò via.
Marta ammirava stupita il suo pezzo di cuore, che teneva sul palmo aperto. Stava pulsando, stava brillando come mai aveva fatto prima, ed era caldo. Anche l'uomo guardava il proprio mezzo cuore palpitare. I due, insieme, erano un cuore solo, perfetto, e se ne accorsero subito. Si sorrisero, e lei non pensò nemmeno per un attimo di essere la brutta persona che era, non le passò minimamente per la testa. D'impulso unirono i loro mezzi cuori e un fulmine scarlatto schiarì a giorno la panchina, il loro ombrello e tutto il resto. Poi Marta chiuse le mani e se lo tenne stretto, al sicuro, per non farselo scappare mai più. 
Era buio e c'era silenzio, e i loro corpi erano vicini. Sentiva il suo alito, profumava di buono, sapeva di fumo di pipa e di un qualcos'altro di rassicurante. Lui la abbracciò, la strinse a se, lei così mingherlina e con quel cuore bollente racchiuso tra le mani piccole. Era stupendo, era perfetto, si sentiva, finalmente, completa. Non poteva proprio perderla un'occasione del genere, mai nella vita Marta si era sentita così, mai, mai, mai...
Affondò la testa nella giacca di lui, trovò il suo petto. Sembravano cullarsi assieme quei due; sembravano, ma non era davvero così. Pochi passi, pochi sul serio, questo lei lo sapeva bene. Ne fece un paio con calma, e poi, al momento giusto, trovò una forza che sapeva bene di avere nascosta da qualche parte, una cosa rabbiosa e feroce, brutta, e accelerò, cuore in una mano sola, mentre l'altra lo spingeva giù nel fiume, nell'acqua gelida e infuriata. Lui, il giovane d'ombra, scomparve per sempre, sparì così com'era venuto.
Non si girò nemmeno indietro Marta, mai più avrebbe guardato dal basso all'alto un uomo, mai più si sarebbe fatta rubare pezzi di lei da quegli sciacalli senza scrupoli. Tornò verso casa sentendosi in pace, sentendosi bene. Dietro di lei restava solo una panchina vuota e un ombrello bagnato.
Era davvero, davvero bellissima Marta.