19/11/12

Risveglio violento

Risveglio violento
L'asfalto bagnato scivolava via assieme alla notte. L'auto di Michael era ancora piena della gioia del figlioletto, eccitato dai suoi eroi preferiti appena visti in azione sul grande schermo. Lei posò delicatamente una mano sulla gamba del marito, lui la guardò negli occhi, riscoprendosene ancora una volta perdutamente innamorato. Quegli occhi scuri come il buio lì fuori, nascondevano un segreto che l'uomo non riusciva pienamente a cogliere. 
<<Ricordati amore, devi ricordare...>> iniziò a sussurrargli lei. Le risa del ragazzino si facevano più forti, più irritanti alle orecchie del padre. <<Michael, ti devi ricordare.>> aggiungeva, con una smorfia di dolore che man mano le si dipingeva sul viso, <<Ti prego... Così mi fai male.>>. 
Lui continuava a guidare, chiedendosi dentro di sé cosa mai volessero dire le parole della sua donna, senza riuscire ad aprir bocca per porle quella sua domanda. Il bimbo, dietro di loro, ansimava più forte, tramutando le risa in grida, poi in gorgoglii soffocati, in lamenti insensati. <<Michael no! Fermati, fermati! Ci farai ammazzare!>>. 
Continuava a non comprendere, osservando confuso la moglie disperata e in lacrime, vivendo quel viaggio, in quell'auto, come se non fosse realmente lui ad abitare il suo corpo, incapace di ragionare e di intendere davvero quel che stava accadendo. Le gomme fischiarono sul cemento sporco e consumato, perse il controllo del mezzo, e accadde... piombarono tutti e tre nelle maledette fauci di un dirupo, nella bocca oscura e contorta di uno spaventoso mostro sanguinario.
Quando aprì gli occhi il mal di testa era forte, il dolore pulsava con insistenza alle tempie. Si guardò intorno, il cranio intero pareva rimbobare. Era steso, e gambe, petto e braccia erano fissati al letto mediante spesse fasce di cuoio nero. A vestirlo era una lunga camicia da notte ingiallita. Tutt'attorno balenavano i visi dubbiosi di una manciata di medici, muniti di mascherina verde, lunghi camici, e antiestetiche cuffiette color panna sul capo. Lo osservavano preoccupati parlottando tra loro, mentre rimbalzavano sui loro corpi slanciati le luci ad intermittenza di qualche strano macchinario a lato di quella che pareva essere una stanza d'ospedale.
<<Dove sono? Che è successo?>> si agitò Michael tentando di sollevare la testa dal cuscino.
<<Si calmi professore.>> lo bloccò uno di questi, premendogli fastidiosamente la fronte con una mano. << Richard, prendi il foglio nella valigetta.>> disse poi rivolgendosi a un suo collega più giovane. <<C'è di nuovo bisogno di mostrarglielo>>. 
Questi estrasse un piccolo pezzo di carta di cui si intravvedevano poche righe scritte a mano. Michael le notò appena con un'occhiata in lontananza, dopodiché la sua attenzione fu attirata dai diversi aghi installati sullo strano strumento che lo sovrastava, pronti a conficcarglisi nelle carni di avambracci e collo.

<<Fermi, fermi! Che cazzo volete da me?! Levatemi le mani di dosso!>> urlò stavolta scuotendosi con più vigore.
<<Sono solo tranquillanti professore, si calmi!>>.
Michael non ne voleva sapere. Si chiedeva dove si trovasse e chi fossero quelle persone. Non comprendeva perché fosse legato a quel modo e dovesse a subire una simile tortura. La storia dei tranquillanti non lo convinse nemmeno per un secondo. 
Lo scatto d'ira fu improvviso e brutale, tanto che tutti i presenti nella stanza reagirono prontamente scagliandosi su di lui per mantenerlo fermo. L'improbabile paziente ritenne quell'aggressività un ulteriore motivazione per diffidare degli sconosciuti. Non potevano essere dei semplici medici d'ospedale, questo era certo. Gli si riversarono addosso in quattro, e il professore, nonostante fosse legato e sopraffatto, non solo riuscì a strappare i lacci in cuoio che lo tenevano imprigionato al letto, ma sbalzò via anche i suoi aggressori con gli arti finalmente liberi. Volarono letteralmente per qualche metro in ogni direzione, sbattendo su tavoli, pareti e strumenti di lavoro sicuramente costosissimi. I due che non persero i sensi lo fissarono terrorizzati e impotenti, mentre aveva inizio la sua fuga tra i sinistri corridoi di quell'edificio.
<<Dove sono mia moglie e mio figlio!? Dove cazzo li avete messi? Dove cazzo sono?>> urlava ora il fuggiasco, percorrendo un intricato labirinto di passaggi e sale in mattonelle bianche e lucide, coperte da un pavimento nero come il buio stesso. Tentò di ricordare ciò che gli era successo pochi attimi prima, come fosse giunto in quel luogo. Ripartì dal cinema, da quella serata con la sua famiglia. Stava guidando, lo ricordava bene. E sua moglie e suo figlio si comportavano in maniera insolita. Poi l'incidente. Com'era finito in quel posto? Cos'era? Quell'ambiente era ben lontano dal tipico aspetto di una struttura ospedaliera. Non c'erano persone, l'aria era fredda e secca, e l'illuminazione irradiava gli occhi con irritanti riflessi amplificati dalle pareti stesse. Infine toccò alle sirene, che risuonarono in tutto l'edificio. 
Perse momentaneamente l'equilibrio, coprendosi le orecchie come per impedire a quel dolore di trapanargli i timpani. Sempre più preso dal panico, si rialzò e corse con tutte le sue forze in cerca di una via d'uscita, vagando a casaccio, fermandosi infine di colpo non appena vide lui: suo figlio. Era poco più avanti, a una decina di metri, sedato e intubato all'interno di un'enorme cubo in vetro. Non riprese nemmeno la sua corsa che improvvisamente, dal soffitto, sbucarono due spesse pareti mobili in metallo, sbarrandogli la strada sia davanti che dietro. Ora era in trappola.
<<Merda, merda! Fatemi uscire! Che cosa volete da me?!>> si sfogò tempestando di pugni i confini di quella prigione. In tutta risposta del gas iniziò a sgorgare da alcuni fori sparsi sul pavimento. In pochi minuti Michael si ritrovò completamente paralizzato, ma cosciente. Il muro che gli aveva occultato la visione del figlio tornò rapidamente nell'incavo nel soffitto, lasciando il passaggio ad alcune figure snelle, che lo raggiunsero.
<<Direttore, lo abbiamo fermato.>> disse un nuovo medico parlando a una minuscola ricetrasmittente stretta in mano.
<<Bene, sedatelo e mostrategli il foglio che ha scritto.>> fu la risposta che ne venne. <<Pregate Dio che  anche stavolta funzioni. Io sto per raggiungervi...>>.
L'uomo si avvicinò al professore, lo sistemò appoggiandolo con la schiena alla parete assieme a un compagno, e gli fissò la testa penzolante in modo da fornirgli uno sguardo su di loro. <<E' per il suo bene professore, non si preoccupi, sul serio!>> gli sussurò quasi dolcemente il più giovane dei due, iniettandogli una sostanza trasparente direttamente sul collo. Poi si tolse una pagina di quaderno piegata dalla tasca, la stessa già estratta pochi minuti prima della fuga, e la fece leggere al disgraziato, ormai quasi vuoto da qualsiasi pulsione.
<<Vede? Questo l'ha scritto lei professore. La scrittura è la sua, lo legga!>>.
Non c'è più alcuna speranza, la malattia avanza, la mia mente è sempre più annebbiata. L'aggravarsi della sindrome di Korsakoff crea ricordi erronei, si insinua nella mia coscienza facendomi credere a falsità e menzogne di ogni genere. Lui non le accetta, Lui le affronta. Sto diventando un pericolo per tutti. Betty e Michael hanno perso la vita a causa mia pochi giorni fa. Rileggendo questo più e più volte spero di convincermi in futuro della realtà dei fatti, e di accettare senza riserve la mia scelta: essere rinchiuso qui, sotto massima sorveglianza, per non poter più recare del male in preda alla follia. Posso fidarmi solo di me, di me adesso, di me in queste poche righe. E Lui non lo accetterà mai.
Ora il professore ricordava. Michael, il nome che andava ripetendosi ossessivamente nella testa come una cantilena, non era il suo, ma quello del figlio, frutto dell'amore tra lui e Betty, sua moglie. Li aveva uccisi entrambi molti anni prima, stritolandoli fra le sue mani. Era malato, gravamente e ben lontano da una cura efficacie. Prima c'erano stati i vuoti di memoria, poi le false visioni, sino a che non gli era succeduta una percezione della realtà completamente distorta e alterata da quella percepita da chiunque altro.
<<Ben arrivato direttore!>> esclamò il medico con ancora la ricetrasmittente stretta in mano.
<<Portatelo nella sua stanza. Questa situazione è sempre più penosa...>> ordinò sconsolato l'uomo.
Il professore ebbe uno scossone improvviso. Fissò il direttore con tutto il suo odio, dritto nell'unico occhio non coperto da quella benda sgualcita. Iniziò a digrignare i denti, maturando un'ira profonda e irragionevole che gli si scatenava dalle più profonde viscere della sua anima.
<<Presto allontanatevi, chiamate la squadra di contenimento!>> gridò Fury in preda al panico.
Le iridi del loro paziente in fuga si tinsero di un brillante verde smeraldo.
<<Datevi una mossa diamine! Banner è fuori controllo!>>.
Un urlo brutale e potente riecheggiò tra le mura dello Shield.