Lei, come tutti loro, non poteva permettersi un generatore d'emergenza, e se l'anno precedente i blackout erano stati solamente tre, e molti avevano potuto approfittare del centro commerciale, foraggiato da un fondo speciale dal governo, questo non garantiva che i problemi fossero risolti.
12/10/23
Bulbo umido
Lei, come tutti loro, non poteva permettersi un generatore d'emergenza, e se l'anno precedente i blackout erano stati solamente tre, e molti avevano potuto approfittare del centro commerciale, foraggiato da un fondo speciale dal governo, questo non garantiva che i problemi fossero risolti.
04/10/23
Il diavolo nell'orecchio
Gli sussurrava come comportarsi, dove andare, cosa dire, e questo gli garantì un rapidissimo successo in ogni genere di affari. Il patto tra loro era abbastanza semplice: il diavolo aveva potere sulle sue principali azioni, e in cambio gli restituiva la garanzia di riuscita in qualunque impresa avesse voluto cimentarsi. Iniziò togliendosi piccole soddisfazioni, come le vittorie sul campo da tennis o la ragione nei futili conflitti di ogni giorno, passando presto alle promozioni lavorative e a quelle scommesse tanto azzardate che in precedenza anche il solo tentarle sarebbe stato difficile. E ancora: se desiderava una donna si comportava sempre nel modo più appropriato, se voleva sovrastare mentalmente o anche fisicamente qualcuno, trovava sempre la maniera di dominarlo.
A un certo punto gli aveva chiesto come tutto questo fosse possibile e il diavolo rispose che era proprio la sua essenza diabolica a trasformare le intenzioni in realtà. Al che lui domandò come riuscisse a indirizzare le azioni altrui proprio dove intendeva, e cioè a suo favore, e il diavolo gli spiegò di come il trucco stesse tutto nella fragilità della volontà della gente.
Gli raccontò che nel corso della storia, le persone, avevano gradatamente perduto il potere dell'intenzione. Non credevano più davvero al senso e allo scopo profondo di ciò che le muoveva ogni giorno, e questa epidemia di sfiducia, verso sé e verso il mondo, le rendeva prede perfette di chi invece aveva le idee chiare. Erano persuasione e chiarezza, disse il diavolo, niente di più. Ma l'uomo, dubbioso, azzardò che forse quella era piuttosto violenza. Violenza per un'intenzionale volontà di prevaricazione, aggravata dalla consapevolezza di una riuscita garantita. Il diavolo allora sorrise e svelò il suo trucco. La garanzia, disse, è il potere stesso dell'intenzione: lo senti e quindi esiste, ma non è davvero assicurato, e infatti quando te ne accorgi, eccolo sfumare assieme all'intenzionalità.
Colpa dell'incertezza dunque, ragionò lui. E il diavolo precisò che non era tanto dell'incertezza, ma della tranquillità, perché è la tranquillità di chi non vuole sobbarcarsi il peso dei propri desideri ad assicurargli un biglietto per la sottomissione dell'animo. Ed era lì che la le loro azioni si concretizzavano.
27/09/23
L'insopportabile paura di non avermi più
Vorrei potermi svegliare in uno di quei momenti buoni, e poi restarci. Vorrei guardarmi intorno, e gustarmi lentamente persone, parole, posti, come quando dopo un inverno intero assapori il primo cucchiaino del tuo gelato preferito. Con tutta calma perché hai appena pagato e ce n'è ancora.
Eppure non te ne accorgi mai. Mai di quanto sia facile perdere l'equilibrio e cadere, appena oltre il velo dell'indifferenza, e infine smarrirsi nella nebbia.
La prima volta che ho capito che qualcosa, in me, non funzionasse, è stata quando il medico, fuori da camera mia, si mise a parlare con mia madre spiegandole che stesse succedendo. Difficile che la sua voce catturasse la mia attenzione, ma poi, alla parola depressione, un frammento di vetro mi finì dritto in un timpano, pungendomi la coscienza fino a quel momento ignara. Non fu risolutivo, ma è così che cominciò.
Ora vivo in bilico tra l'esserci e il non esserci. Tanti episodi. Tanti periodi più o meno lunghi.
Avevo sedici anni quando ci fu il primo. Oggi ne ho quarantasette, ho una famiglia mia, due figlie, una moglie, un gatto e un buon lavoro. Sono una persona nella media, con piccole ambizioni, come la competizione al mio circolo di padel o la buona organizzazione della sagra di paese. E credo di essere un tipo corretto. Qualche vizio, come il fumo e il buon cibo, e una tendenza forse non troppo sana a preferire il divano rispetto all'attività fisica. Escluso, certo, le giornate con la racchetta in mano.
Questo sono io. Ma anche il resto. A volte troppo, il resto. Si è scoperto poi la questione era più complessa, ma così, per dirla facile, potrei ridurla a un principio basico: ci sono i momenti top e ci sono i momenti down.
Succede sul serio che mi pare che il mondo s'inclini proprio sotto ai miei piedi. Mi aiuta a prendere la rincorsa, certo, solo dritta lungo un pendio pericoloso. In quegli istanti, velocissimi, mi sento perdere, e un'insopportabile paura di non avermi più mi fa tremare tutte le ossa. Poi, scesi in fondo, il tremore passa e i muscoli colano. Non dico i muscoli del corpo, ma proprio quelli del ragionamento e della volontà: non esserci.
Laggiù non si sta male. Laggiù non si sta bene. Difficile dare un parere se non hai il senso dei significati. Per questo vorrei smarrirmi ma solo tra i giorni buoni. La riemersione, l'ossigeno nei polmoni, la luce negli occhi e la voce che dice Sentiti, ascoltati, oggi ci sei! Come sarebbe bello restare. Sapere che rimarrai lì. Il primo gelato dopo un lungo inverno, col sole caldo di aprile, e tu, che hai tutto il tempo del mondo.
Vi ricordo che questo racconto, assieme a tutti gli altri, lo potete trovare nella sezione Racconti del blog!
19/09/23
Se Bellissima di Annalisa fosse un racconto
Detto fatto! Comincio col tormentone più molesto dello scorso anno: Bellissima di Annalisa.
Bellissima
È triste essere abbastanza per le sue follie d'amore, ma mai sufficiente per un impegno vero. Quante notti ho passato sentendomi sbagliata. Eppure, mi dicevo, non potevo pretendere oltre. C'erano i figli piccoli, la famiglia. E quanto è squallido distruggere l'infanzia di qualcuno per uno stupido capriccio. Dovevo essere più adulta ed elastica. Una donna contemporanea, capace di vivere e godere la spontaneità di tanta passione senza rovinare tutto con le mie pretese antiquate. Perché lo sapevo fin dall'inizio in cosa mi stavo cacciando. L'avevo scelto, cercato e accettato. Allora perché pretendere una relazione alla luce del sole? Perché avvelenarsi di un'ideale ereditato dai canoni imposti dalla società? Non era forse vero che quando stavamo insieme era tutto perfetto così?
Ma che cosa vuoi? Fattelo bastare, stupida! Non tormentarlo.
Intanto ancora un'altra notte. L'ennesima fuga dalla sua famiglia e io che aspetto fissando il citofono. Dio, quanto lo voglio. Se tutto questo cercarsi non è amore, allora cos'è? Non il grigiore del suo matrimonio. Non una moglie che non si fa toccare. Non la quotidianità soffocante in attesa di un respiro di pace. Il telefono vibra. Mi alzo per aprirgli il portone. Sarà come essere spiata quando, fermo sull'uscio, sorpreso da ciò che non indosso, mi regalerà ancora qualche secondo prima di ritrovarmi. Assaporo il momento. Immagino le sue mani lungo la schiena. Il suono caldo della sua voce. Aspetto. Aspetto. Ma poi... sblocco lo schermo. Un suo messaggio. No. Non è più serata. Un'emergenza a casa.
Te ne vai via. Via da me. È la storia di un'amante raccontata mille e più volte. Una storia che tocca a me, che me ne sto in piedi, bellissima per nessuno, col telefono in mano.
Se avete commenti o altre canzoni da suggerire, sparate!
25/03/22
Bambola
Ballavano, ridevano, si muovevano bene, a ritmo. E lui era fuori tempo. Era a disagio. Senza ossigeno.
Gli spettri dell'adolescenza, capitolo ormai passato, sfogliavano con facilità i suoi caratteri peggiori.
Nessuno balla, si diceva. Nessuno ride. Non sei al liceo. E non sei ridicolo, debole, al centro della vergogna. Non farti fregare. Sei un uomo, ora. Una persona per bene, seria, che ha studiato, che lavora, che porta risultati utili a una vita indipendente. Non sei sbagliato, si ripeteva, ma intanto non poteva uscire in nessun modo dalla sua auto, perché mettere la mano sulla maniglia e aprire la portiera, anche se l'aveva fatto ogni mattina per più di due anni filati, era un gesto rivoluzionario, inaspettatamente scomodo come i sovvertimenti più riusciti.
Che ti succede? si domandava, mentre il cuore scalciava in gola e le gambe si incollavano al sedile. Ma la sapeva la risposta, si conosceva benissimo. E invece di respirare, piuttosto che notare la solidità del parcheggio o l'imponenza della sede aziendale di cui era un prestigioso manager, sentiva i bassi nel petto, assieme ai corpi e le mani e i respiri e il sudore di centinaia di sconosciuti che gli rubavano spazio. Le luci si spegnevano. Il sole brilla, non vedi? La musica gli assordava i timpani. Una mattina silenziosa, silenziosa, silenziosa! E gli sguardi superiori di chi sapeva quanto fosse ridicolo erano riflettori accessi sulla sua inadeguatezza, segreti alla portata di tutti.
No. Solo due colleghi. Ti conoscono ma... non farti vedere. Salutali. Ignorali. Scappa. Nasconditi.
Era come una bambola di plastica a cui premi la pancia con le mani. Spingi in dentro e l'aria esce. Allenti la presa e l'aria entra. Ma la bambola è vuota, non respira mai davvero, e così i suoi polmoni. Esci dall'auto, tenta il sé manager, Organizza l'impulso che sposterà il braccio verso sinistra, team building con le dita e stringi, tira verso di te, obiettivo portiera aperta, muovi prima una e poi l'altra gamba, ruota il bacino, chiedi aiuto ai piedi e all'altro braccio, poi la testa, fai uscire la testa, cerca l'aria, trova l'aria, respira l'aria. Ma ogni muscolo è ormai infiammato, paralizzato dopo il più intenso degli sforzi, fiammante di acido lattico, contorto dai crampi della sua mente che lo imprigionano dentro a una scatola di lamiere.
Cade a terra in mezzo alla pista. Cade a terra tra le gambe perfette delle ragazze e le camicie stirate dei ragazzi. Cadono a terra i suoi occhi, bianchi dello spavento di chi vorrebbe solo ballare e di chi vorrebbe andare a lavorare. Di chi soccorre un collega, un leader, un uomo tutto d'un pezzo, che ora cade a pezzi e non risponde più a nessuno.
18/06/21
Meladizione!
Scatta la mela, scatta in avanti in un flash e...
"Andata!"
Sbatto il mento sul tavolo e cado a terra privo di sensi.
Credo.
Non posso parlare.
Non mi riesce proprio.
La sensazione è di osservare a 360° come certe fotocamere.
Devo aver battuto forte perché vedo tutto, tutto...
Non so spiegarmelo ma vedo il tavolo, vedo me, vedo me che mi rialzo, me da fuori. DA FUORI! E barcollo, centro in pieno la colonna portante qui di fronte prima di urlare "Ci sono, ci sono riuscito, ci sono riuscito sul serio!"
Il mio corpo, la mia faccia, mi fissa e se la ride. Se la ride di gusto. La mia mano mi afferra, mi solleva dal tavolo e i miei denti mi staccano un pezzo con un morso netto.
Un brivido di follia mi percorre tutto il torsolo facendomi venire la grinze alla buccia. Riesco solo a pensare "MELADIZIONE!!!"
17/03/21
Jack Sock, personaggio difficile
Jack Sock? Personaggio difficile. Americano del Texas, altezza uno e ottantasette, capello biondo sbiadito e stempiatura avanzata, è il classico statunitense sulla cinquantina che un italiano si immagina seduto al pub, in un tardo pomeriggio domenicale, a bere birra in bottiglia mentre lui guarda il vuoto e tutti gli altri la partita. Non è importante sapere di che partita si tratti, né tantomeno di quale sport. Conta solo l'immaginario, lo stereotipo, quella scena vista e rivista in decine di film che indugiano anche solo per un momento sul padre ruvido e superficiale, impegnato a evitare i classici impegni del padre decente.
Jack Sock ne è devastato.
25/10/20
Inisieme soli
Invecchiare insieme fa schifo, è una palude in cui affoghi sempre. Preferirei essere al suo posto. A volte mi chiama Scheggia. Lo sai da quanto non mi chiamava così? Non l’hai nemmeno sentito, tu. Era il ‘63, il tempo di nascere e come una ladra ti sei rubata il suo affetto, così, e io sparita. Senti questa. A un certo punto mi chiama Scheggia e dice di amarmi, come quel giorno, sulla panchina al Kensington Park.Quel vecchio babbeo passa il tempo a sbavare senza ricordarsi come tenere in mano il cucchiaio, e poi d’un tratto si fa serio, mi prende le mani e dice Schieggia, ecco io, vedi, c’è una cosa che vorrei dirti da un po’ e… e si sistema la cravatta e si ingella i capelli che non ha, e io intanto ho come una locomotiva sparata a mille per tutte le vene, il cuore in testa che esplode e lui che dice Mi vuoi sposare. Capito? Mi vuoi sposare, mi dice, con quel suo stupido, stupido sorriso di vecchio senza denti e la mela frullata che gli sporca il mento. Dio. E poi niente. Se ne torna via. Sparisce per sempre lasciandomi sola con lui, sola sulla nostra panchina, sola per il resto della nostra vita insieme.
24/10/20
Farsi sentire
Trascinato sull'asfalto da scarpe da ginnastica e stivali di gomma, nei bagliori rosso fumogeno di una città che vuole gridare. Due ore prima sul sedile di un auto, sul feed di Instagram, la testa tra le foto della tipa che gli piace. Ora il manganello sulla tempia, craniata sul cemento, fischi come ai concerti e adrenalina che dice corri. Avanza faccia a terra prima di chiudere gli occhi. E chi ci pensa a come finisce? Era solo casino, di quelli che a volte servono a farti capire che non va più bene così come sta andando. Luca, poi? Magari Andrea? Corrono via. Ciro li passa a muso duro, controcorrente, mazza in mano. Farsi sentire, urla. Con noi. E Non va bene è una marea rovente sui lampeggianti che vagano incerti.
E il corpo è sempre in mezzo alla strada, sui titoli di domani, nome comune di martire pronto a gridare nelle bocche degli altri. Lui che lì c'era quasi per caso, come i suoi amici, e voleva cambiare, capire, scappare.
01/06/17
Ti prego
Un rombo sordo. Nuova scossa. Si coprì la testa. Si fece piccolo. Voleva scomparire nell'angolo della parete. Annullarsi. Non sentire. Durò poco. Alcuni secondi. E furono silenziosi e immensi e spessi, aggrappati a un attimo che non arrivò, un attimo in cui un blocco di cemento grande quanto un auto lo avrebbe ridotto a un niente nel buio.
31/10/16
I colori di un padre
17/06/16
Fiamme Turchesi | Il mio racconto per il concorso europeo e-Darts
25/05/16
Tieni la porta
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| Illustrazione di MarcSimonetti che trovate qui |
13/05/16
Tutto questo brutto sangue
Prova cosa significa spingere l'acceleratore con l'aria gelida che ti spacca la faccia e lo stereo che grida, guarda come scivola via l'asfalto arancione dei neon della notte, in questa città di coscienze malate terminali. Riesci a sentirlo? La vedi la paura ad ogni sorpasso, il brivido che ti tiene in bilico tra una lamiera insanguinata e la folle corsa di un povero cane bastonato, stufo di tutto questo? Oh, tu non lo sai, ma capirai presto, capirai senz'altro. Perché capisci, ho deciso di venire a dirtelo in faccia e sfilarti dalle mani il mio ultimo istante di vita, mentre la strada è investita dagli pneumatici e dal temporale, e tutto quel che ho fatto di buono per costruire qualcosa se n'è andato a fanculo per l'arroganza del tizio che ora è qui con me, nel bagagliaio, a pezzi e chiuso in un sacco come la peggio monnezza del tuo fottuto mondo.21/03/16
Reverenziale timore di morte
Lo stupore perciò aveva subito sconvolto anche Giacomo, quando appena tre settimane prima aveva premuto il grilletto facendo fuoco sul compagno. Marco infatti, l'aveva assalito dopo due notti d'inferno lottando le febbri terribili del virus. Lui, per prendersene cura e rispettare la promessa che li aveva legati, lo aveva ammazzato se pur con qualche esitazione, in cuor suo confidando in una liberazione purificatrice, non aspettandosi certo non solo la sua "sopravvivenza", ma addirittura il risentimento del non morto non morto! Sì perché Marco, ora si allontanava animato da un deficiente e reverenziale timore di morte, lo stesso che pareva possedere gli zombie spingendoli via, lontano dagli umani ''cattivi'', che volevano ma non potevano ucciderli definitivamente. Quei cosi avevano paura dell'uomo più di quanto l'uomo ne avesse di quei cosi. E in un simile scenario di degrado e devastazione gli toccava attendere che i cadaveri finissero di farsi il bagno a mare per migrare poi da qualche altra parte.23/02/16
The Message | Racconto in scrittura collettiva
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| immagine realizzata da Martin Grohs |
24/01/16
All'Isola Che Non C'è.
![]() |
| L'arte di Tobias Kwan la trovate Qui |
18/01/16
E non fui più nemmeno questo.
21/12/15
L'ottantacinquesimo passaggio.
Era una
corda di violino, teso all'inverosimile. Il padre del teletrasporto, il genio supremo, se la stava facendo sotto all'idea di entrare in
quella porta a sinistra per poi uscirne dall'altra, alla sua destra.19/11/15
Cattivo viso a buon giocoso.
Preparò la sua colazione con tutta la calma del monarca Luigiquattordici. Si prese gli occhi fritti e aggiunse un occhio di bue dalla confezione di uova, staccò le labbra di pancetta formando un bel sorriso sul piatto e riempì un bicchierone di té al giallo di cui però non citeremo la provenienza. L'english breakfast gli sorrideva bello come Riccarlo, lui ricambiava garbatamente pur privato di bulbi oculari, labbra e occorrenza di urinare. Era proprio un sollievo in effetti che non gli scappasse più da pistoia, eppure era un problema. Ricordava con estrema gratitudine i disagi che il suo essere belloccio gli causava quando girava per strada. 













